Melania Rea: E’ stata uccisa dai narcotrafficanti?

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Salvatore Parolisi ci riprova. Dopo più di due anni di carcere e la condanna all’ergastolo d e ll’ottobre 2012, il caporale tornerà in aula e, il 25 settembre all’Aquila, proverà a convincere i giudici della Corte d ’Assise d ’Appello della sua estraneità al brutale assassinio della moglie Melania. A differenza del processo di primo grado, svolto con rito abbreviato a porte chiuse, l ’imputato adesso vuole il pubblico e i media. «Che tutti vedano, che tu tti sappiano», pare abbia detto dal carcere. Mentre difesa e accusa riaprono il fascicolo sui tradimenti di Salvatore e sulla gita del 18 aprile 2011 finita con l’omicidio di Melania, esce un libro che legge in modo nuovo tutta la vicenda. Scritto dal collaboratore di Oggi Antonio Parisi e dal collega Alessandro De Pascale II caso Parolisi. Sesso, droga e Afghanistan (Imprimatur editore) propone un allargamento di visuale, ragiona su una serie di nomi, elementi e fatti rimasti a margine delle in dagini, li collega tra loro e li pone al centro della vicenda. Dove Melania non sarebbe più vittima di femminicidio ma di malavita, ammazzata per quello che sapeva e minacciava di rivelare. Il lavoro di Parisi e De Pascale parte dalla scena del delitto e dalle ferite inflitte a Melania quando era già morta. Secondo gli inquirenti le aveva fatte Parolisi per depistare le indagini, ma questo è sempre stato un punto debole dell’accusa. Perché il caporale, con già addosso gli occhi di tutti, sarebbe dovuto tornare nel bosco del Teramano a infierire sul corpo della moglie, rischiando di essere visto?

LA SIRINGA ERA UN MESSAGGIO? Quelle ferite, secondo gli autori, provano il coinvolgimento di altre persone. E la loro simbologia è un richiamo ai codici del crimine organizzato. A cominciare da quella siringa conficcata nel petto di Melania e al laccio emostatico trovato accanto al cadavere, che sarebbe »ro un chiaro richiamo al traffico di eroina. C’è poi la grata incisa sulla sua coscia destra: uno sfregio simile sarebbe stato trovato sui corpi di vittime del clan camorristico dei Casalesi. E anche quella che era sembrata una svastica incisa sull’addome della povera Melania, potrebbe essere in realtà una “x”, che nella simbologia criminale rappresenta la cancellazione dalla vita, la morte.

LA SOLDATESSA ARRESTATA PER CAMORRA Ma che legame ci può essere tra l’ambiente militare frequentato da Parolisi e il mondo della criminalità organizzata? Gli arresti e le inchieste in corso in più di una procura, militare e non, avvicinano in modo inquietante due realtà apparentemente lontane. Basti pensare al caso della soldatessa Laura Titta in servizio proprio nella caserma di Salvatore, arrestata nel giugno del 2011 per i rapporti col clan camorristico Di Caterino. Due mesi dopo, a Genova, era finita in manette per spaccio di droga un’altra donna- soldato, un caporalmaggiore della Folgore. E, sempre nel 2011, l’ombra della droga aveva gettato ombre sugli alpini della Julia, perché nelle casse dei fucili, rientrati dalla missione in Afghanistan, era stato trovato dell’hashish. Inchieste simili sono state avviate anche in altri Paesi europei e dimostrerebbero il coinvolgimento di alcuni soldati e ufficiali in missione nel trasporto in patria di eroina e hashish. E non solo per uso personale. Anche Parolisi era stato sei mesi in Afghanistan e l’indennità di missione gli aveva fruttato un gruzzoletto cospicuo, ma co munque ben inferiore, a quel che sembra, ai risparmi che il caporal maggiore aveva depositato in banca. «Certe frasi pronunciate a caldo da Parolisi, quando ripeteva “me l’hanno portata via” o quando parlando alla sorella disse “c’è andata di mezzo Melania”, meritavano più attenzione », dice Antonio Parolisi, uno degli autori del libro. «Cosa voleva dire il caporale? Non è arrivato il momento di approfondire degli elementi che finora i magistrati hanno trascurato? Noi ipotizziamo un diverso andamento dei fatti. E se Parolisi sa, per lui questo è il momento di parlare». Walter Biscotti, difensore storico di Parolisi, non commenta il libro: «Mi limito a un’unica considerazione», dice il legale. «Pm, giudici, giornalisti, qui ognuno dice la sua. Questo dimostra solo che nessuno riesce a ricostruire i fatti, e in un quadro di incertezza assoluta non si può tenere il padre di una bambina in carcere, con una condanna all’ergastolo».