Melania Rea: Alla vigilia del processo di secondo grado, parla il difensore di Parolisi

Dopo la condanna all’ergastolo inflitta in primo grado. Salvatore Parolisi tornerà sul banco degli imputati nel processo di appello per l’omicidio di sua moglie Melania Rea, che si celebrerà a partire dal prossimo 25 settembre. Nieodemo Gentile, giurista originario di Ciro, nel Crotonese, cui si sono già affidati i protagonisti dei casi di cronaca nera più famosi del nostro Paese (dal delitto dell’Olgiata a quello di Perugia, passando per quello di Avetrana) anticipa a Vero le tesi che sosterrà in giudizio per riuscire a dimostrare l’innocenza del suo assistito ne! caso che lo vede protagonista. Che cosa l ’ha spinta a occuparsi di una difesa così complicata? «Io e il mio collega Valter Biscotti abbiamo cominciato e proseguito un percorso difensivo capendo subito che, rispetto a quello che si raccontava sui giornali e in Tv, le carte processuali descrivevano ben altra storia». E quale sarebbe la storia? «Ci siamo resi conto dell’assoluta inconsistenza dei risultati della prova scientifica. C’è una scena criminis anomala e disordinata, sulla quale non c ’è alcuna traccia di Parolisi. L’unica traccia è il suo Dna nella bocca della moglie, che può essere arrivato lì in mille modi. Ci sono invece, ed è stato provato, tracce di pneumatici, impronte di scarpe non riconducibili a lui e persino perline e brillantini che non appartengono né a lui, né a sua moglie». «Ha avuto un po’ di smaltimento» Alla vigilia del nuovo processo, qual è lo stato d’animo del suo assistito? «È molto combattivo, anche se ovviamente ha avuto un momento di smarrimento a seguito della condanna, specie dopo aver letto le motivazioni. Ora però ha superato questo frangente: è un soldato’ed è abituato ad affrontare sfide difficili. Ciò che gli crea grande difficoltà, però, è non poter vedere sua figlia. A maggior ragione perché esistono madri ree di aver ucciso un figlio alle quali viene concesso di vedere gli altri, mentre a lui, per tutta una serie di pastoie burocratiche, non è permesso». Le ha detto qualcosa in particolare? «Una volta mi ha detto di sentirsi trattato peggio di un cane. Ormai, infatti, l ’ordinamento penitenziario si sta dimostrando sensibile persino verso gli animali, aprendo anche a loro, in alcuni casi, le porte degli istituti di detenzione e consentendo il ricongiungimento con i propri padroni». Con quale spirito vi state preparando a questo nuovo appuntamento giudiziario di Parolisi? «Affronteremo questo processo con grande fiducia nella giustizia». La sentenza di primo grado, pur pesantissima, vi fornisce qualche appiglio? «Il verdetto della sentenza di primo grado è stato molto duro, ma le motivazioni ci fanno ben sperare. È cambiato più volte il movente, così come la ricostruzione dei fatti. Una situazione magmatica che crea non pochi dubbi. Se, leggendo le stesse carte, si è pervenuti a conclusioni diverse, è evidente che quei fatti di per sé si prestano a letture e interpretazioni diverse. Il giudice non ha accolto la dinamica dei fatti né il movente della Procura». Che cosa dice la sentenza? «La sentenza parla di un raptus del Parolisi innescato dal rifiuto opposto dalla moglie alla sua volontà di avere un rapporto sessuale, mentre gli investigatori avevano indicato come movente la sua incapacità a districarsi in un imbuto sentimentale tra moglie e amante». . din carcere il tempo scorre lento» Come passa le sue giornate Parolisi? «In carcere il tempo scorre sempre uguale. Salvatore Parolisi partecipa a tutte le attività dell’istituto penitenziario: lì è trattato bene, trascorre le sue giornate rispondendo alle lettere inviategli da parenti e amici e si è impegnato nello studio superando un corso promosso dalla facoltà di Agraria. Dopo la sentenza riceve lettere di solidarietà da parte di gente comune, visto che le motivazioni addotte non hanno convinto nessuno. Riceve inoltre missive di incoraggiamento per la battaglia che sta conducendo per vedere sua figlia».