Maurizio Allione: Mi disperavo per i miei e nessuno mi credeva..

«Sono stati i giorni dell’orrore, ma anche della paura. Mi hanno massacrato la famiglia a coltellate mentre ero in vacanza con la mia fidanzata in Valle d’Aosta, ho sentito tutto il mondo crollarmi addosso all’improvviso, ma non bastava ancora: mi hanno interrogato a lungo, mi sono accorto subito che il principale sospettato per quella carneficina ero proprio io, anche se non c’era nessun movente. Molti pensavano che prima o poi avrei confessato, gli occhi della gente erano puntati su di me, mi ferivano come spilli ed io mi sentivo morire. Avevo paura che la verità non venisse mai scoperta, e che sarei finito in prigione: ora mi cacciano dentro, e poi chissà quando mi faranno uscire, pensavo, e mi venivano i brividi. E temevo anche di essere ucciso: chi aveva assassinato i miei genitori e mia nonna, per motivi che erano ancora misteriosi, forse avrebbe cercato di ammazzare anche me, ormai ero rimasto l’unico della famiglia ancora vivo». Se non ci fosse Milena Reineri, la sua fidanzata di ventiquattro anni, a stargli accanto e a dargli una ragione per guardare avanti e cercare di costruirsi un futuro, ora Maurizio Allione forse si sentirebbe l’uomo più solo al mondo. Si guarda intorno e sembra smarrito. Ha un accenno di barba sul viso scavato e gli occhi cerchiati di rosso di chi ha passato lunghe nottate senza sonno, popolate da incubi a occhi aperti e da paure. Dice, piano: «Quando Giorgio Palmieri, l’assassino, quello vero, ha confessato, per me è stato un sollievo. Ho pensato: è finita, non devo più avere paura. Ma la mia vita non potrà più essere quella di prima, quella di prima me l’hanno rubata. Ciò che nessuno potrà mai rubarmi, invece, è l’ultima immagine della mia famiglia riunita e felice, nella villetta di Caselle Torinese: era Natale, c’era anche Milena con i suoi genitori a fare festa con noi. Non potevo immaginare che sarebbe stata una festa di addio, che pochi giorni dopo mi sarei ritrovato solo ». Avrebbe voglia di piangere, riesce a trattenersi. Dice ancora: «Adesso, a ventinove anni, devo trovare la forza di non guardare più indietro, devo ricominciare a vivere, anche se questo peso nel cuore mi tormenta giorno e notte». Fa pena, Maurizio: per quanto ha sofferto e per quanto dovrà soffrire ancora, perché la sua è una ferita che non si cicatrizzerà mai. Forse, oltre a Milena, lo aiuterà giorno dopo giorno a ritrovare se stesso la sua grande passione, la batteria, che ha suonato per anni nei locali in un piccolo complesso rock. Chissà se troverà la forza di ricominciare. Il suo problema, come quello di tanti altri giovani, è sempre stato invece il lavoro: è stato impiegato amministrativo contabile nella libreria Mondadori di Torino, poi magazziniere carrellista, infine impiegato all’aeroporto di Caselle, ma è disoccupato da parecchio tempo e ha commesso anche degli errori. I carabinieri, infatti, durante le indagini, gli hanno trovato in casa cento grammi di hashish e lo hanno denunciato. Ma ora è deciso a cambiare vita: ha già iniziato a seguire un corso per diventare disegnatore tecnico e a cercare lavoro. Studiare ed impegnarsi lo aiuta anche a pensare di meno. A soffrire di meno. Potrebbe usare parole di fuoco contro l’uomo che gli ha massacrato la famiglia. Potrebbe chiamarlo mostro. Sembra incredibile, eppure Maurizio Allione non prova alcun sentimento di odio. Forse, come sostengono i suoi amici, non è capace di odiare. Di lui dice soltanto: «E un poveraccio. Un poveraccio che ha perduto la testa ». Giorgio Palmieri, un ex autotrasportatore di cinquantasei anni con lontani precedenti penali dopo il triplice omicidio è fuggito dalla villetta con un bottino di soli cento euro ed è subito andato a fare la spesa, perché aveva fame: la sua convivente Dorotea De Pippa, cinquantatrè anni, ex colf della famiglia Allione, che l’aveva licenziata sospettando che avesse rubato una collarina d’oro, l’aveva cacciato di casa pochi giorni prima e Palmieri, disoccupato e con le tasche vuote, viveva come un barbone, girovagando di giorno per Torino e dormendo al freddo nelle stazioni. Era davvero un poveraccio, come dice Maurizio, ma il disperato bisogno di soldi lo ha fatto entrare in quella casa dove pensava di trovarne tanti e poi un raptus lo ha trasformato in un feroce assassino. «Sì, ero convinto che in quella villetta avrei trovato molto denaro», ha detto ai carabinieri, «la signora Maria Angela pagava sempre in contanti, tempo fa mi aveva dato trecento euro perché portassi via delle macerie. Nel cortile ho visto luccicare qualcosa, era un tagliacarte, ’ho preso, affilato con una pietra e me lo sono messo in tasca. Mi sono fatto aprire con la scusa che volevo saldare un vecchio debito, mi hanno anche offerto il caffè. Ho chiesto di andare in bagno per cercare i soldi, ma ho trovato solo un borsello con cento euro. Ero furioso, ho cominciato a colpire. La nonna, che ho incontrato al pianterreno mentre fuggivo, mi ha riconosciuto, ho dovuto uccidere anche lei. Ma mi dispiaceva di averlo fatto, allora l’ho coperta con un piumone e le ho anche dato un bacio in fronte. Poi sono andato subito a fare la spesa». Allucinante. Qui, nella villetta teatro di questo orrore, abitava Claudio Allione, sessantasei anni, ex dipendente della Sagat, la società che gestisce l’aeroporto, con la moglie Maria Angela Greggio (sessantacinque, insegnante in pensione di dattilografia) e la suocera novantatreenne Emilia Campo Dall’Orto. I coniugi Allione coltivavano un sogno:quello di convincere Maurizio, che si era trasferito con la fidanzata in un alloggio della Falcherà, un quartiere popolare alla periferia nord di Torino, a tornare ad abitare con loro, ovviamente assieme a Milena, che ormai amavano come una figlia. La signora Mariangela andava con lei anche a prendere lezioni di musica, per imparare a suonare il corno, che era la passione di entrambe. Avevano avviato dei pesanti lavori di ristrutturazione, spendendo oltre centomila euro, per trasformare la mansarda in un alloggio con tutti i comfort, e con un ingresso indipendente. Erano a un passo dal realizzare il sogno della loro vita, che però si è bruscamente interrotto la sera del 3 gennaio. La sera della mattanza. Tre vite spezzate per cento euro.