Matteo Salvini: Conto l’euro e immigrazione porta avanti la Lega

Al Manzoni non perdonano. «Lo abbiamo rimosso», dice Elena, una compagna di scuola. Ma il liceo milanese non fa testo. Non è la Lega. Non è il Nord. Non è l’Italia. Il Matteo Salvini protagonista sulla scena politica nazionale, però, parte da lì. E lì bisogna tornare per conoscere più a fondo il ragazzo classe 1973 che in due anni ha risollevato la Lega dagli scandali, l’ha depurata dal vecchio armamentario secessionista e dal 3,5 per cento delle amministrative 2013 l’ha portata al 6 e rotti delle Europee e ora al quasi 9 dei sondaggi. Una escalation che ne ha fatto l’unico possibile contraltare a Renzi. Subito ri- battezzato l’altro Matteo. A capo di una nuova destra, orfana di padre (Silvio Berlusconi) ma non di madre. Vicina alle posizioni di Marine Le Pen e del Front National francese e pronta a battersi su un doppio fronte. A sud contro l’immigrazione e a nord contro l’euro e la dittatura economica delle banche. Il fenomeno dell’autunno 2014, completo di felpe, intuizioni e astuzie può essere ritrovato in embrione, quando a cavallo tra Anni 80 e 90 del secolo scorso atterra al liceo Manzoni di Milano, in mezzo a 1.200 studenti, tutti pacifismo, ecologia, solidarietà e giustizia sociale. Matteo capisce e non si adegua. «Sveglio e intelligente», lo ricorda l’ex allievo Paolo Ricotti, «e anche senza condividere nulla delle sue idee lo abbiamo subito reclutato nel giornalinodella scuola». «Furbo e abile», aggiunge un’amica di quegli anni, «poco incline a mimetizzarsi nel gruppo e capace di ritagliarsi uno spazio tutto suo. A costo di passare per un extraterrestre».

STRAPAZZATO DALL’ALTRO UMBERTO In una scuola “rossissima” la giovane camicia verde fa la figura di un una fogliolina di basilico appoggiata su una distesa di pomodoro. Ma i colpi peggiori gli arrivano dal centro. Il giovane discepolo di Umberto Bossi, sulla sua strada incontra un altro Umberto. È Ambrosoli, figlio dell’avvocato ammazzato per aver fatto luce sul crack Am- brosiano, lo stesso che nel 2013 si sarebbe fatto battere dal leghista Maroni nella corsa per la presidenza della regione Lombardia. Leader di Iniziativa laica, esponente di una Milano bene, borghese e moderata, Ambrosoli, nel ricordo dei compagni di liceo, dispone di un bagaglio dialettico che per un ragazzo della sua età è impressionante. Lo usa per fare a pezzi gli slogan leghisti e strapazzare chi li diffonde. Su Matteo e il manipolo di scalmanati del suo seguito piove di tutto. Vengono additati come ignoranti e razzisti, interpreti di un’Italia valligiana, egoista e violenta, incapace di rapportarsi alla modernità, distante anni luce dalPim- minente processo di globalizzazione. Lui incassa. E non molla. «Fare il leghista in vai Brembana è facile», dice Simone, collega della Padania, «farlo a Milano è un po’ più complicato. Matteo non si è mai tirato indietro. Girava con la YIO piena di adesivi e si beccava insulti dappertutto». Finché ci ha fatto il callo. Dopo due decenni, nonostante due figli, un matrimonio, un divorzio e la raggiunta stabilità sentimentale con «la» Giulia, rimane un irrequieto, pronto a lanciare sfide e provocazioni a raffica. Comprese quelle che per uno come lui, abituato a girare senza scorta, sono al limite deH’incolumità fisica. Tipo il blitz di sabato scorso in un campo Rom di Bologna, barricato in macchina sotto i colpi di un gruppo antagonista. «Violenza al Manzoni non ce n’era», dice Michele, custode del liceo, «ina Matteo non si sarebbe fermato nemmeno davanti a quella. Sapeva quel che voleva e non si sarebbe fermato davanti a niente».

Matteo-Salvini-Terrone-del-NordORA BERLUSCONI DEVE CORRERE Al RIPARI Un compagno di liceo che chiede di mantenere l’anonimato si spinge ancora più in là: «È un carro armato. Travestito da carro allegorico. Allestito secondo la più trasandata iconografia giovanile. Orecchino e forza Milan, barbetta e blue jeans, felpa e Timber- land scalcagnate entra nelle case degli italiani con l’aria innocua e innocente di un figlio, di un amico o del vicino della porta accanto. E ti frega. Perché non riesci a volergli male. E quando toglie la maschera è troppo tardi». Se n’è accorto anche Silvio Berlusconi. Dopo averlo tratta to con benevolenza, rivolgendogli solo qualche rimbrotto per l’orecchino e la barba incolta, il Cavaliere è dovuto correre ai ripari. E a Matteo che con gesto napoleonico si incoronava capo della destra, ha inviato un richiamo all’ordine: «Per fare una rivoluzione liberale», ha detto Berlusconi, «bisognerebbe in primo luogo essere liberali e Salvini, al netto della propaganda, deve ancora dimostrare di saper fare qualcosa». Ma ormai il dado è tratto. Se Matteo si è esposto, dicono i fedelissimi, lo avrà fatto a ragion veduta. «Tutto calolato», commenta Daniele Belotti, ex consigliere regionale e colonna della Lega in terra di Bergamo. «Certe parole, prima di esser pronunciate, hanno avuto il conforto dei numeri. Cosa vuoi dire a uno che ti porta a triplicare i voti? Matteo poi se lo merita. Per anni lo abbiamo visto correre dappertutto. Anche adesso che è il capo non si tira mai indietro. Alle feste sta in mezzo a chi lavora. L’altro giorno per entrare a un corso di aggiornamento per giornalisti si è messo in coda mentre tanti colleghi, inflessibili fustigatori del malcostume politico, facevano di tutto per saltarla. Matteo è rimasto se stesso. Non ha rinunciato al suo stile e ha finito per imporlo. A Pontida abbiamo venduto una marea di felpe. Berlusconi se ne faccia una ragione. E si faccia fotografare ancora con Luxuria, così gli porta via un altro 2 per cento»