Matteo Renzi: La strategia segreta per conquistare Roma

Via SantAndrea delle Fratte, sede del Nazareno, quartier generale del Pd. La giornata risplende, il futuro pure. Matteo Renzi, segretario del Partito democratico da 36 ore, sale su un taxi circondato da cronisti e fotografi. «Matteo, come andato il primo giorno?», «Matteo, ora vai a Firenze? », «Matteo, come vedi l’avventura romana?», lo bersagliano i reporter. Il neo segretario, sguardo da lupetto in ricognizione e poco tempo da perdere, tira dritto senza proferire verbo, sale in auto, tira fuori l’iPhone per leggere l’ennesimo sms. Poi, d ’un tratto, quel gesto. Renzi fa cenno al tassista di fermarsi, apre la portiera, torna in strada, scivola tra i cronisti e cammina veloce verso quattro netturbini. «Buon lavoro ragazzi», dice, asciutto, stringendo loro la mano. È ufficiale: Mastro Matteo è sceso a Roma. La nuova era del Pd ha avuto inizio. Il buongiorno del new deal renziano, se visto, letteralmente, dal mattino. Prima riunione con la sua nuova segreteria (età media 35 anni, nessun dinosauro di partito) alle sette e mezza spaccate, mentre Roma ancora dormiva. Nel suo primo giorno da segretario Renzi ha fatto un giro del Nazareno, 3.000 metri quadri di Pd, ed è rimasto stupefatto dalle decine di stanze, uffici, sale riunioni: «o che ci si fa con tutto questo spazio?». Anche troppo, per il neo-segretario, che quando si è fatto portare i conti del partito si è messo le mani nei capelli: consulenze d’oro, 12 milioni in comunicazione («ma che siamo, bischeri?»), una pletora di assistenti, addetti, vice questo e aiuto quello che nemmeno a Buckingham Palace. E bastata una manciata di ore per capire che la strategia dell’avventura romana di Renzi è chiara: la missione è abbattere a picconate il vecchio, l’inutile, le liturgie. Seguendo un personalissimo manuale di volo, composto da cinque punti: semplicità, vicinanza alla gente, attaccamento alla famiglia, attenzione al look, collaboratori fidati. Tutto, all’apparenza, molto easy. In realtà, studiatissimo. LA SUA RICETTA LOWCOST Prima, indiscutibile parola d’ordine: “normalità”. Basta con le auto blu che sfilano per via del Corso montando con le ruote sui marciapiedi: per raggiungere il Nazareno dalla stazione Termini, il sindaco-segretario prende il taxi e medita di procurarsi un motorino. Fine degli appartamenti a spese del partito: quando è a Roma, Renzi scende in hotel (il Bernini), paga le notti in cui resta nella Capitale e via. Nessuna scorta da apparato, niente energumeni con l’auricolare stile Air Force One: se a Firenze Renzi si fa accompagnare dal suo autista storico per farsi dare una mano negli spostamenti, a Roma si muove da solo o con i suoi collaboratori, in modo da fare il punto della situazione anche durante la pausa caffè. E Dio ci scampi e liberi dai ristoranti tipo da Fortunato al Pantheon, quelli in cui dai secoli nei secoli si tessono le trame del potere romano: quando è nella capitale Renzi mangia un panino alla scrivania o al massimo fa una scappata al self Service di Eataly, il ristoro di qualità dell’amico Farinetti, per un pranzo veloce. Sotto sotto, il piano è chiaro: per conquistare Roma, Renzi vuole passarci meno tempo possibile. Perché è ancora sindaco di Firenze, certo. Ma non solo. Matteo sa che i salotti romani sono così venefici, i giochi politici così letali da essere riusciti a trasformare perfino i proto-rivoluzionari leghisti in una corte di Nerone. Lo sa, e ne vuol stare lontano. CHIAMATEMI MATTEO Seconda, urgente priorità del neo-segretario, il rapporto con la gente. Basta col capopopolo che si offre al codazzo di cronisti fuori dalla sede del partito: molto meglio fermarsi a parlare con i passanti, come ha sempre fatto a Firenze. La pensionata che si lamenta della panchina rotta, i bambini che chiedono lo scivolo nuovo: se nella sua città Renzi si ferma a parlare con tutti, nella Capitale, dai netturbini in poi, ha dato segno di voler fare lo stesso. Per questo non troverete nessuno che lo chiami “sindaco”, né tantomento “segretario”. Per tutti, ma proprio tutti, Renzi è solo “Matteo”, e provate voi a pensare se una cosa simile sarebbe stata possibile con Walter (Veltroni), Pier Luigi (Bersani) o Guglielmo (Epifani): mica puoi fare il bagno di folla e poi farti dare del lei. E poco importa se dopo ogni abbraccio, dopo ogni stretta di mano, pare che Renzi (pardon, Matteo) corra in bagno a lavarsi le mani con l’Amuchina e che viaggi con una borsa di farmaci appresso che nemmeno Verdone in Maledetto il giorno che t’ho incontrato. Sarà anche un po’ ipocondriaco, il neo-segretario, ma sa arrivare dritto al cuore. AGNESE, LA (NON) FIRST LADY Terzo assist della strategia renziana, la normalità della famiglia. Una moglie, Agnese, che fa l’insegnante (precaria) di Lettere, tre figli, Francesco, 11 anni, Emanuele, 9, ed Ester, 6, che vanno alla scuola pubblica, una villetta a Pontassieve pagata con il mutuo trentennale, come tutti. La famiglia è il suo rifugio e il suo tabù: il primo “grazie” da segretario è stato per Agnese («Lei sa perché »), ma Renzi non ha mai concesso interviste o foto di coppia. Riservatezza? Certo, ma non solo. In Toscana sono in molti a pensare che il matrimonio tra Matteo e Agnese, insieme da quando erano ragazzini, negli ultimi tempi abbia scricchiolato un po’. D’altronde, a casa Matteo non c’è mai, quando è a Firenze dorme in un pied à terre in città, ora che ci si è messa anche Roma le cose non miglioreranno. A Palazzo Vecchio ce chi vocifera anche di un flirt con Maria Elena Boschi, avvocata classe 1981 e organizzatrice della formidabile macchina da guerra della Leopolda, che del neosegretario è l’ombra, il braccio destro e anche quello sinistro, ma sono solo malignità. La verità è quella che a Pontassieve conoscono tutti: appena può, Matteo esce a cena con la famiglia. Destinazione, i tavoli ruspanti della pizzeria Far West, menu bambini (margherita, coca e gelato) a otto euro. GIACCA BLU PASSEPARTOUT Quarto segreto renziano, il look easy-chic. Finiti, i tempi dei maglioncini giallo pulcino da Azione Cattolica, il neosegretario scende a Roma con labito d’ordinanza: jeans (gli stessi Roy Rogers di vent anni fa), camicia bianca di Chiarini, giacca blu di Ermanno Scervino. All’incoronazione da segretario, a Milano, è arrivato così, senza nemmeno la cravatta, che si è annodato, con gesto vezzosamente obamiano, solo prima di salire sul palco. È dal 2010, l’anno della svolta estetica (via il ciuffo da nerd, abolizione di quelle camicie di flanella che fanno tanto scout) che i cronisti si scervellano su chi sia il misterioso consulente moda àt\Yenfant prodige fiorentino. La risposta? È di quelle da restare a bocca aperta: Silvio Berlusconi. Fu il Cavaliere, durante un incontro fiorentino di qualche anno fa, a spiegare a Renzi che «il marrone no, Matteo, il marrone mai». Il giorno dopo, il sindaco fece un falò di tutte le sue giacche da gentiluomo di campagna. (SODALI DEL GIGLIO MAGICO Ultima (ma fondamentale) arma vincente del Renzi romano, il team. Per far girare perfettamente il suo piano, Matteo si affida a una cerchia ristretta di collaboratori fidatissimi, quella che i cronisti fiorentini hanno ribattezzato il “Giglio magico”. Al primo posto c’è Luca Lotti, il biondino con l’aria da putto e l’incarico più di peso, responsabile dell’organizzazione della segreteria. Segue Maria Elena Boschi, passata alla storia per i suoi tacchi 12 leopardati e i complimenti di Berlusconi, oggi responsabile delle riforme istituzionali. Ai suoi collaboratori Renzi offre e chiede fedeltà assoluta, con tempra da leader. Ancora si ricorda, a Firenze, quando per scovare tra i suoi collaboratori la talpa che dava le soffiate ai giornalisti Matteo elaborò un piano infallibile: rivelò tre differenti piani per il traffico a tre assessori. Per chi fu beccato a parlare, fine dei giochi. La segreteria del Nazareno è avvertita.