Massimo Ranieri debutta su Raiuno con lo show «sogno e son desto» e anticipa: ci saranno De Gregori e Bocelli

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Dopo le 730 repliche di «Canto perché non so nuotare» (di cui dice: «In sette anni l’hanno visto due milioni e mezzo di persone») Massimo Ranieri ha preso un altro suo spettacolo teatrale, «Sogno e son desto», rappresentato da quattro anni, scritto con Gualtiero Peirce e visto «solo da 300mila spettatori», ed è pronto a spalmarlo da sabato 11 gennaio per tre prime serate su Raiuno. Anche lei, come molti suoi colleghi, teme l’Auditel o ne è ossessionato? «No, nun me ne po’ frega’ de meno, come direbbero a Roma. So di proporre qualcosa di sincero e già testato in 150 spettacoli suscitando vere emozioni e risate amare. Perché il pubblico sul divano dovrebbe essere diverso da quello in platea?». Ci racconti, che tipo di spettacolo è? «Ci sono tante canzoni, mie e di altri, ma non è una cosa vuota. Il filo conduttore è il coraggio, la dignità e il sogno. Tre parole in disuso. Non per colpa nostra: è questa società che ce le ha portate via. E poi racconterò come nella vita si cambia, di come anch’io sia cambiato». Ci anticipi i nomi di qualche ospite. «Francesco De Gregori, col quale farò “La leva calcistica del ’68” e altre cose a sorpresa. E poi Andrea Bocelli, Franco Battiato, Lucia Bosè e probabilmente Charles Aznavour». Il direttore di Raiuno, Giancarlo Leone, ha annunciato il suo show su Raiuno con un tweet. Lei usa i social network? «Sono totalmente negato, non ci capisco un’acca. Persino la rubrica del cellulare me la sistema mio fratello. In compenso ormai vado forte con le e-mail. Oh, ho 62 anni, non sono più un ragazzino…». Però nel suo ultimo spettacolo cantava facendo le flessioni. Una forma di orgoglio narcisistico o un piccolo schiaffo ai colleghi? «Questa cosa in tv non ci sarà. C’è un momento per tutto, e questo è passato. Oggi il 90% dei cantanti pop si esibisce in playback. Io invece ho sempre considerato il mio lavoro all’americana. Significa fare spettacolo mettendoci tutto, persino la ginnastica, il tip tap, ogni forma d’arte conosciuta. Un giorno venne a vedermi Gino Vannelli, e sa che cosa disse?». No, ci dica, la prego… «Che sul palco cose così le facevamo ormai solo io, Michael Jackson e Liza Minnelli. Il più bel complimento. Ma per gli americani è normale e per me è un gioco divertente e spettacolare». Nella sua vita quali errori ha fatto? «Non essere andato a scuola; aver rifiutato 35 anni fa un film con Vincente Minelli, perché all’epoca non ne compresi la grandezza; e non aver accettato l’invito di Luciano Berio quando mi voleva per una versione rivisitata de “L’opera da tre soldi”. Ma ero alle prese con tante meravigliose serate nelle balere. Una grande scuola che oggi nessuno fa più». Morandi è sempre dell’idea di non accettare la proposta di Al Bano, che da anni vi vorrebbe insieme per una sorta di tour dei «tre tenori» del pop? «Credo di sì, ma rispetto e in parte comprendo la sua decisione. Mi spiace, potrebbe essere una buona occasione, ma non è giusto forzarlo». Ha appena inciso con Mauro Pagani «Senza ’na ragione», un cd di canzoni napoletane, repertorio che pare inesauribile… «Lo è. Pensi, a oggi sono state catalogate 27 mila canzoni napoletane. Per incidere il mio primo album ne ascoltai 3.700 e 2.500 per il secondo. Stavolta, oltre ai classici, ho messo anche quelle dei grandi cantautori dagli Anni 70 in poi». I guadagni di una vita come li ha investiti? Non mi dica che non ha almeno un ristorante. «Mannò, non farebbe per me. Ho colleghi che comprano di tutto e poi sono assillati da fiscalisti e ogni sorta di rogna. Mi sono preso casa, e ho sistemato i miei. Poi ho sempre reinvestito nel mio lavoro: per nuovi spettacoli, studiare, pagare insegnanti… Il mio lavoro mi ha tolto dalla povertà. Lo devo ricambiare». Con quale artista le piacerebbe collaborare? «Con Adelmo Fornaciari detto Zucchero, per la sua simpatia e quel respiro internazionale che hanno sempre i suoi lavori. E poi adoro De Gregori. Ora lo incontro e gli ho anche chiesto di scrivermi un pezzo. Speriamo…». Chi considera il suo erede ideale? «Tiziano Ferro. Ha 33 anni e una certa caratura. Nelle sue cose c’è spessore, e quando non ha niente da dire se ne sta in un cantuccio. Non esce per forza con un cd. Non è poca cosa».