Massimo Giletti: Il talento dell’arena

Un talk schietto? semplice e diretto. E questa la formula del successo del format che porta sul video, da dieci anni’ ¡ Italia, le persone e iproblemi lasciando fuori dalla porta di casa Rai tanta retorica che spesso, rischia di insinuarsi nei salotti. “Riconosco un professionista guardandolo negli occhi e parlandoci”. Un approccio semplice e diretto, grazie al quale Massimo Giletti ha costruito – come un buon allenatore – la squadra vincente de “L’Arena”, campione di ascolti e di gradimento da 10 anni. Un format spesso controcorrente, talvolta rimasto senza “paracadute” politico, che però, grazie ad una conduzione professionale e schietta, ha fidelizzato oltre 4 milioni di telespettatori. E magari ha allontanato (o, forse, solo posticipato) le tante voci che davano Massimo Giletti in partenza verso le reti Mediaset. Il 18 marzo hai compiuto 52 anni. Sinora hai frequentato tutti i generi televisivi, prima da giornalista e poi da conduttore. Ti manca soltanto “Sanremo”. Magari, in coppia con un Fiorello… «Sanremo è un evento unico, da cui gli italiani, ormai assuefatti alla televisione, si aspettano ogni anno cose nuove. E replicare i successi del passato diventa sempre più difficile. Chi come me o Carlo Conti è continuamente in televisione, magari, potrebbe non essere percepito come una autentica novità. Mentre, vedrei bene un doppio Fiorello: cioè Rosario e suo fratello Beppe. Ma se proprio mi venisse proposta la conduzione del Festival, mi piacerebbe farlo in coppia con Chiambretti, un professionista che stimo e in grado di creare continuamente l’effetto sorpresa». E se, invece, ti proponessero di scegliere tra la direzione di un Tg o di una Rete, cosa preferiresti? «Sicuramente la Rete, ma non ambisco ad una direzione. Peraltro, dirigere un canale televisivo è un lavoro di gestione del potere. Io, invece, sono un uomo di prodotto, specializzato nella conduzione e nella realizzazione di programmi in sintonia con il sentire della gente. Fin dai primi anni di esperienza televisiva, sono entrato in contatto diretto con le persone e con i loro problemi, raccontando il Paese reale, stando lontano dai salotti. E anche adesso resto fedele a questo approccio». Come nasce una puntata de “L’Arena”? «Scelgo personalmente i temi da portare in trasmissione. Poi li discuto con i miei collaboratori e insieme decidiamo gli ospiti con i quali approfondirli in tv. Credo di sapere molto bene cosa vogliano gli italiani in questo momento e, senza scadere nel populismo nè alimentare lo scontro verbale che talvolta è inevitabile nel confronto tv, apro l’Arena agli umori della piazza, alle istanze degli italiani». Nella vita di un professionista della comunicazione, oltre all’indispensabile talento e al curriculum, contano molto gli incontri. Quali sono stati quelli importanti per te e la tua carriera? «Il primo è stato Giovanni Minoli, che ha creduto in me. Con lui ho lavorato a “Mixer” come programmista prima e giornalista poi. Senza Minoli, probabilmente, non sarei andato da nessuna parte. 11 secondo incontro è stato con Michele Guardi, che mi ha insegnato a diventare un “conduttore in piedi”, Qvvero l’essenza stessa della conduzione televisiva». C os’è il successo? «È l’obiettivo di ogni conduttore, sapendo che per arrivarci occorre umiltà e perseveranza, passione ed esperienza. E, soprattutto, è bene ricordare che il successo non va mai dato per scontato, altrimenti lo perdi… per sempre». Da molti anni sei volontario dell’Unitalsi e fai il barelliere per i malati in viaggio verso Lourdes. E un’esperienza che consigli a tutti? «E un’esperienza umana bellissima, che ognuno può fare con gli ammalati della sua città, anche senza andare a Lourdes. I miei 30 viaggi, però, mi hanno davvero insegnato molto sul valore del viaggio, che non consiste semplicemente nel muoversi da un punto ad un altro del mondo. Ma nel condividere un pezzo della tua vita con quella di altre persone. Il vero miracolo, poi, semmai è ricordare quell’esperienza. Mentre, ormai, siamo tutti diventati di memoria corta”»,