Mafia, i timori di Alfano: «C’è il rischio di altre stragi»

Dopo le minacce confidate a un boss della Sacra corona unita, in carcere con lui, il padrino di Cosa Nostra Totò Riina continua a infierire contro il pubblico ministero del processo Stato-mafia, Nino di Matteo. Le cimici captano nuove sfide, pericoli incombenti. Notizia emersa ieri sera al Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica convocato dal ministro dell’Interno Angelino Alfano in prefettura a Palermo dove, appena registrato l’allarme, ha rilanciato tattica e strategia antimafia con l’annuncio di misure speciali a difesa di Di Matteo e degli altri magistrati più esposti. Una rete protettiva sempre più rigida, rafforzata dall’invio a Palermo di un «bomb jammer », un marchingegno capace di disattivare gli impulsi dei telecomandi per eventuali congegni esplosivi. Pur senza voler fare lievitare l’ansia collettiva, lo spettro che si riaffaccia sulle trincee della legalità è quello delle autobomba. Ma «lo Stato è più forte di chi lo vuole combattere », ha concluso Alfano: «Ogni attentato o sfida ai magistrati è un attentato ed una sfida allo Stato. Non possiamo escludere la tentazione di una ripresa della strategia stragista dopo tanti anni di silenzio, ma lo Stato sarà pronto a reagire». Nessuna sottovalutazione, quindi, davanti a intimidazioni delle quali, ha rivelato Alfano, «si trova traccia nelle indagini, ma anche in sofisticate lettere anonime». E nella terra dei «corvi» questa diventa materia incandescente perché non è affatto chiaro chi le abbia scritte e qualche sospetto s’addensa anche su personaggi che potrebbero avere frequentazioni interne al palazzo di giustizia. Non va dimenticato che proprio attorno a magistrati come Antonio Ingroia l’allora procuratore Piero Grasso e il suo aggiunto Giuseppe Pignatone scoprirono una rete di agenti infedeli, poi processati e condannati. Con riferimento esplicito ai magistrati che coordinano l’inchiesta sulla trattativa Statomafia, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, tutti poi personalmente incontrati, Alfano è stato categorico assicurando di «mettere a loro disposizione ogni risorsa necessaria». Appunto, «bomb jammer» compreso, come aveva proposto in ottobre il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio. Controlli più rigidi anche attorno ai magistrati che si occupano delle misure di prevenzione, nella convinzione che ad inquietare le famiglie mafiose sia proprio quel mettere le mani nei loro portafogli con sequestro e confisca dei beni. E di questo si è parlato con il capo della Polizia Alessandro Pansa, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Leonardo Gallitelli, il comandante generale della Guardia di Finanza Saverio Capolupo, presenti, tra gli altri, i capi delle Procure di Palermo e Caltanissetta Francesco Messineo e Sergio Lari. Soddisfatto Alfano, per i beni confiscati, della firma di un protocollo tra Procura, Tribunale e Comune di Palermo per «consentire la prosecuzione delle attività sequestrate mantenendo i livelli occupazionali». Tema centrale per salvare i posti di lavoro di aziende, magazzini e centri commerciali sottratti a mafiosi e loro fiancheggiatori. Costituita per questo dal prefetto Francesca Cannizzo una task force che mette insieme Agenzia dei beni confiscati, uffici giudiziari e sindaco di Palermo per dare risposte all’emergenza abitativa riutilizzando gli alloggi disponibili. Altro modo per provare a dimostrare che lo Stato è forte in una città dove la mafia è arrivata a vendere e assegnare le case popolari dello Zen.