Luciano Ligabue torna alla grande in “Mondovisione” e con testi impegnati

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Meglio un ottimista che sbaglia che un pessimista che ha ragione »: lo ha detto Einstein ma è anche l’ultima perla di saggezza rimasta nel mio taccuino dopo l’intervista che feci a Luciano Ligabue nel 2010, all’uscita del suo precedente album, Arrivederci mostro. Oggi l’approccio, a tutto rock, è diverso, e lo si era già capito ascoltando II sale della terra, prima canzone apparsa in rete per il lancio del suo Mondovisione. Il singolo subito primo nei pezzi scaricati in Rete, così come l’album, subito in testa alle classifiche. Un disco quasi tutto in battere, rock allo stato puro. Si capisce che hai dentro tanta rabbia. «E proprio quello che volevo esprimere: dovevo essere onesto con quelli che aspettavano un mio nuovo disco da tre anni, che sono stati lunghi e inquietanti: la crisi non è solo economica ma sociale e comportamentale. Ha a che fare con il bisogno di potere, con le conseguenze prodotte da chi vuole conquistarlo a ogni costo e a ogni costo mantenerlo. Non ce solo pessimismo, ma tanta, troppa delusione». Niente paura, però: l’ascolto delle 12 canzoni regala anche momenti di grande dolcezza, di amore per la vita, per la famiglia. Perché per Ligabue Luciano, nato il 13 marzo I960 a Correggio, 25 mila 863 abitanti, questo è stato davvero un anno particolare. E non solo per i suoi capelli tagliati corti, lasciati imbiancare naturalmente, a cui i fan si sono subito adeguati. Come mai questo look leggermente agé? I rocker devono trasmettere gioventù! «Vuoi dire che un rocker deve per forza avere i capelli lunghi e l’aspetto sdrucito? Ci pensavo poche settimane fa: io ho cominciato a cantare quando avevo quasi 30 anni, l’età in cui, di solito, per un cantante come me comincia il crepuscolo. Poi ho pensato ai Rolling Stones e a Mick Jagger in particolare e mi sono detto: ce la puoi fare». Comunque un anno “sì”: nuovo discof nuova tournée negli stadi e in giro per Vltalia. «Viaggiare mi carica. Mentre vai ti guardi attorno e dal finestrino ti godi l’Italia: sei in Liguria e da una parte c’è il mare blu e dall’altra le montagne, un presepe di montagne con le casette abbarbicate, e ti vien da pensare a quelli che abitano lassù dietro a quelle luci. Di che stanno parlando, di cosa discutono? Ma vivono. E il mio Paese e si merita di meglio della burocrazia, delle beghe, delle poltrone». Liga, dopo anni di convivenza c’è stato anche il matrimonio con Barbara Pozzo che ti ha dato una figlia, Linda, li nove anni. Come hai fatto a tenere M così segrete le tue nozze? L’abbiamo M saputo solo quando hai deciso di W twittare: «Grazie a tutti quelli che 1 sono contenti per noi». E qui s’è vi- | sto quanto Correggio ti vuol bette: i pochi che lo sapevano non hanno J fiatato, avete attraversato il paese e siete arrivati in municipio. Un solo fotografo, pochi parenti, tuo fratello Marco, ormai leader affermato del gruppo dei Rio, e poi un rinfresco ristrettissimo al Caffè A rti e Mestieri di Reggio, quindi tutti a casa. M i viene in mente quel che pensi di colleghi «pronti a qualsiasi comportamento pur di andare sul giornale…». «Niente nomi, ma la penso così. E poi Correggio bisogna viverla nella sua magia: quando non c’è il sole, sembra che ci sia!». Sempre turbolenti i rapporti con i media? «A volte penso che si debbano ricevere le notizie chiudendo un occhio e poi di notte star svegli per capire cosa volevano farti credere». Quindi quando hanno pubblicato quello che guadagni con i diritti d’autore come l’hai presa? T i accreditano un milione e 600 mila euro, esattamente come Vasco, e avete lasciato indietro Zucchero, Jovanotti, Antonacci, Bagiioni, persino il grande Morricone. «Se le fonti sono della Siae, la Società degli autori ed editori, quando si pagano le tasse si sta tranquilli: adesso presidente è Gino Paoli che ha subito imboccato la via della trasparenza e si è schierato contro l’illegalità». T i sei sposato il 7 settembre. Tu sei fissato con quel numero, come mai? «Ci sono i sette nani, i sette Re di Roma, i sette samurai. I magnifici sette. Qualcosa vorrà pur dire. Non è un caso che ho cantato Sette Notti in Arena a Verona». E nel2007 la tua Inter era tornata a vincere il campionato… «Sì, e ne approfitto per salutare e ringraziare il presidente Moratti che ci ha messo l’anima, il cuore e anche il portafoglio». Come sei messo oggi con la politica, tu che sei anche stato assessore allo spettacolo in quota Pds? «La politica non fa per me: mi sono illuso di poter fare qualcosa per la musica ma dopo poche sedute mi sono dimesso. Eppure una cosa l’ho capita: far funzionare le cose attraverso la politica, questa politica, è molto difficile. Si è visto quel che è successo negli ultimi anni». Il lancio di Mondovisione è decisamente fuori dagli schemi. Luciano ha pubblicato un libro, La vita non è in rima, dove ci sono i testi di tutte le canzoni, tutte le spiegazioni, le domande e le risposte che vengono spontanee quando lo ascolti. Insomma si tratta di una specie di navigatore per condurre chi lo legge alla comprensione più completa. Così si scopre che anche l’ultimo disco è decisamente autobiografico. C’è per esempio una tenera dichiarazione d’amore alla moglie in Tu sei lei, forse la canzone migliore di un bel disco. Ed ecco, nel libro, la confessione di Luciano: «Non ho conosciuto donne che non si riconoscessero difetti fisici: non mi è mai capitato. Io faccio lo stesso. Quando si è sentimentalmente coinvolti viene da pensare- sperare che le cose restino immutabili. In questo caso c’è una constatazione che mi sembra importante: “Dopo tutti questi anni io non smetto di guardarti qualche volta a bocca aperta”». Poi, continuando il percorso autobiografico, il ricordo della famiglia e dell’infanzia in Per sempre. «Mio padre che mi spinge a mangiare e mia madre che prepara la cena cantando Sanremo e carezza la testa a mio padre, ‘Vedrai che ce la faremo”… Sono nato nel centro di Correggio in via Santa Marta. Mia madre mi ha partorito in casa e il parto è stato a rischio: l’ostetrica s’è accorta in ritardo che avevo il cordone ombelicale intorno alla testa. Sono nato cianotico e mi hanno soprannominato Luci’anotico. A cinque anni ho rischiato di perdere la voce per una delicata operazione alle tonsille e da allora la gola è la mia parte più vulnerabile. I saggi di Correggio dicevano: “Quello canta per non lavorare”, mentre mio padre mi ripeteva a oltranza / musizista a in tutt mort de fam, però la prima chitarra me l’ha regalata lui». Hai scritto diretto e interpretato due film, Radiofreccia e Da zero a dieci. Da allora, e ne sono passati di anni, aspetto il terzo film. «Fare un film significa prendersi una pausa di almeno un anno e ora non posso. Ma se mi viene un’idea non mi fermo di sicuro». Ma al cinema ci vai ancora? «Esco di rado ma vedo tutto con i Dvd. Mi piacciono anche i telefilm, in passato avevo seguito Lost, ora sono ossessionato dall’ultima serie di Dexter, la storia di un poliziotto che si fa giustizia da solo e non senza un certo sadismo». Sei stato a Venezia come giurato. Un’impressione? «Un’esperienza importante ma troppo cinema. Il cinema va centellinato come un buon vino». E questo è un altro hobby: la produzione di un lambrusco. Il mitico “Lambro” di nonno Giovanni. «Ma questa è un’altra storia, ne parleremo quando verrai ad assaggiarlo».