Lo Stato cambia, Gnudi al posto di Bondi

Dopo giorni di dubbi e attesa, una certezza per l’Ilva. Il nuovo commissario è Piero Gnudi. Classe 1938, ex ministro del governo Monti, ex Iri, per tre mandati al vertice dell’Enel, oggi Gnudi è presidente di Nomisma e ha un ruolo di consigliere al fianco del ministro Guidi. Ieri il nuovo commissario, nel suo studio di Bologna, ha preso in mano il delicato dossier. «Ora la prima cosa da fare è trovare nuovi azionisti, perché in questo momento Ilva non ha un azionariato», elenca le priorità Gnudi. Per quanto riguarda le necessità finanziarie dell’azienda, stimate dal commissario uscente, Enrico Bondi, in 4 miliardi, Gnudi è convinto che si tratti di un valore «non molto lontano dalla realtà». Il dossier Ilva a questo punto ha numerose incognite. Resterà Edo Ronchi nel ruolo di subcommissario? La sua posizione non è messa in discussione dal governo. Ma è lo stesso Ronchi a subordinare la sua presenza all’Ilva ad alcune circostanze. «Resterò se potrò contare sulle risorse per il piano ambientale — va al punto Ronchi —. Si tratta di 1,8 miliardi, di cui uno per quest’anno». Ma il punto non è solo questo. «Per me è fondamentale che il piano ambientale non venga stravolto. E che nel piano industriale resti l’utilizzo del preridotto di ferro in alternativa all’agglomerato di minerali e alle cokerie». Un incontro a tre — il nuovo commissario Piero Gnudi, Edo Ronchi e il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti — è fissato per settimana prossima. Le condizioni poste da Ronchi sono tutt’altro che scontate. La liquidità per l’attuazione del piano al momento non c’è. L’Ilva di Taranto vive alla giornata e fa i conti con la difficoltà a pagare i fornitori. I soldi per i prossimi stipendi ci sono. Ma sulle buste paga del 12 luglio mancano certezze. E poi c’è una questione strettamente industriale. Il preridotto caro a Ronchi non piace ai potenziali componenti della cordata interessata all’Ilva: Arcelor Mittal, primo produttore d’acciaio al mondo, insieme con Arvedi, Marcegaglia e alla famiglia Riva, decisa a restare della partita. «Aa questo punto il piano industriale va completamente rivisto — indica Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, da sempre contrario alla via indicata da Bondi —. Le modalità di gestione dell’altoforno devono essere decise dagli imprenditori che prendono il rischio. La prima cosa da capire è la situazione finanziaria effettiva di cassa». Di parere opposto il sindacato, Fim Cisl in testa, convinto che sia necessario ripartire dal piano del commissario uscente. Secondo Federacciai l’Ilva di Taranto perde 60-70 milioni al mese, altre fonti parlano di 30-40. Poi c’è il problema dell’indebitamento. Tra gli istituti più esposti, Intesa Sanpaolo, Banco Popolare e Unicredit (si parla in tutto di più di un miliardo). Ora anche l’ipotesi di un prestito ponte da 300 milioni finanziato per metà dalla Cassa depositi e prestiti e per metà dalle banche più che mai in discussione. Sarà possibile evitare lo spezzatino dell’Ilva senza sacrificare parte degli 11 mila posti di lavoro? Lo stabilimento resta sospeso tra il suo doloroso passato (il processo per il disastro ambientale comincerà il 19 giugno). E un futuro ancora tutto da costruire