Licia Colò: “A mia figlia lasciò in eredità i miei valori”

Un giorno lontano, a sua figlia Liala, più che una casa vorrebbe lasciare in eredità quei valori che hanno contribuito a renderla una donna e una professionista leale e sincera. Licia Colò, autrice del libro Per te, io vorrei e conduttrice del programma di viaggi di Raitre, Kilimangiaro – Com’è piccolo il mondo, racconta a Vero le sue priorità non solo nella sfera lavorativa, ma soprattutto in quella privata. Domenica sei tornata in onda con Kilimangiaro… «Si tratta di un’edizione completamente rinnovata. A partire dal titolo, che non è più Alle falde del Kilimangiaro. In tutto ci saranno 26 puntate, con alcune prime serate che, però, non andranno in onda prima del 2014». Accanto a te c’è Dario Vergassola, a cui spetta anche il compito di stuzzicare gli ospiti in studio… «Spero lo faccia specialmente con un “certo” tipo di ospiti…». A quali ti riferisci? «Ho sempre avuto ospiti meravigliosi, anche se talvolta ce ne sono alcuni che esagerano con i loro racconti. Ad esempio, in passato c’è stata una donna che ha raccontato di essere stata aggredita dai lupi in Alaska e di essersi saputa difendere nonostante avesse un tacco 12. In situazioni come quella avrei tanto voluto dare una risposta del tipo: “ma che cosa stai dicendo?”. Ecco, spero che lo faccia Dario al posto mio (ride, ndr)». «Kilimangiaro ha alcune novità» Ti capita di sentire qualche volta la necessità di condurre anche programmi compietamente differenti da quelli che hai fatto finora? «In realtà, questa edizione di Kilimangiaro, essendo stata completamente rinnovata rispetto a quelle passate, per me rappresenta comunque qualcosa di nuovo. E questo, di per sé, lo considero un grande stimolo. Per il resto, sono anni che continuo a ripetere che mi piacerebbe misurarmi con altri tipi di esperienze. Non è ancora successo, ma va bene lo stesso». «Non interpreto un ruolo in televisione» È opinione generale che urla e aspetti trash siano i principali ingredienti per assicurarsi ascolti elevati. Tu, però, riesci comunque a portarli a casa senza mai ricorrere a questi due elementi. Qual è il tuo segreto? «In realtà, noi di Kilimangiaro non abbiamo mai fatto degli ascolti stratosferici. Nonostante questo, però, abbiamo sempre portato a casa una media soddisfacente. Per il resto, non siamo tutti uguali: ci sono le persone che amano le urla e altre che, fortunatamente, non le amano. Personalmente, non interpreto un ruolo nei programmi che conduco. Non sono una persona a cui piace urlare semplicemente perché resto della convinzione che determinate cose si possano dire con un tono rispettoso nei confronti degli altri. Di conseguenza, non vedo un motivo per cambiare. Anche perché, se cambiassi, credo che poi avrei delle enormi difficoltà». Quest’anno, per la prima volta, Kilimangiaro va in onda dalla sede Rai di Napoli e non più da Roma, dove vivi con la tua famiglia. Come riesci a conciliare gli impegni lavorativi con quelli di moglie e di mamma? «Devo ammettere che non è facile. D’altronde, tutte le persone che lavorano riscontrano una certa difficoltà nel dividersi tra gli impegni professionali e i propri figli. Beninteso, non è che mi lamenti, però è un dato di fatto. I bambini, oggigiorno, vanno a scuola a tempo pieno e gli unici giorni della settimana in cui mia figlia è sempre a casa sono il sabato e la domenica, quando io lavoro. E mi dispiace davvero tanto che io non riesca neppure a vederla la sera per darle il bacio della buonanotte. Ma si tratta del mio lavoro…». «È necessario porsi delle domande)) Magari qualche weekend verrà con te a Napoli… «Sì certo, anche perché i suoi nonni vivono proprio a Napoli. Mio marito, infatti, è di origini napoletane e i suoi genitori abitano ancora lì. E questo mi permetterà di dare il bacino della buonanotte a Liala anche nel weekend». Di recente hai scritto un nuovo libro intitolato Per te, io vorrei, che sta ottenendo un grande successo… «Un’esperienza professionale che nasce dal fatto che io ho una bambina di otto anni. Ogni mamma sa bene l’amore che si può provare nei confronti dei propri figli. Quando i bambini crescono, credo sia giusto porsi delle domande e riflettere sui messaggi che si vuole continuare a dare e sui valori che si vogliono trasmettere. Io, spero tra cent’anni, non vorrei lasciare in eredità a mia figlia una casa. A Liala vorrei lasciare valori preziosi come il rispetto per la vita, per le differenze. Vorrei che mettesse al primo posto l’amore e poi tutto il resto».