Letta in Aula, battaglia con Grillo e fiducia

http://alice-april.com/?q=writing-service-plans By on 12 dicembre 2013

http://wordandspiritmedia.com/defend-thesis-masters/ defend thesis masters Per scongiurare che l’Italia «ripiombi nel caos» Enrico Letta lotterà «come un leone» e ha già individuato le prede dei suoi artigli. La prima è Beppe Grillo, contro il quale il premier, nel giorno del «nuovo inizio» davanti al Parlamento, si scaglia con toni robusti scatenando la bagarre nell’Aula di Montecitorio. Chiede rispetto per le istituzioni, stoppa chi incita le forze dell’ordine all’insubordinazione con «parole illegittime che avallano la violenza», invita le forze populiste che vogliono isolare l’Italia dall’Europa a non votare la fiducia. E in sede di replica, bacchettando il grillino Riccardo Nuti, strappa l’applauso più forte della sua nuova maggioranza, meno larga e più coesa: «O i giornalisti scrivono le cose che vi piacciono o vengono messi alla gogna, questo è inaccettabile». Grillo si arrabbia, posta sul web una foto del premier con naso da Pinocchio e attacca: «Letta mente agli italiani e offende il M5S». Ma il premier insiste sulla linea dura e a sera, in tv, afferma che i «forconi » sono una piccola minoranza e «non rappresentano il Paese ». Una maratona di tredici ore, dalle 9 alle 22. Letta atterra a Fiumicino dal Sudafrica e corre alla Camera. In mano ha sedici cartelle, un’agenda di «obiettivi realizzabili e tempi certi» con cui ottiene la fiducia dei deputati (379 sì e 212 no) e poi dei senatori. A Palazzo Madama la votano in 173 contro 127, due in più rispetto alla legge di Stabilità. Il leghista Michelino Davico dà il via libera a Letta e nel Carroccio è rivolta, Calderoli accusa il neoresponsabile di essersi venduto «per trenta denari». Letta si dà diciotto mesi (dallo scorso aprile) per tirar fuori dalla crisi una società «fragile e stordita », rilanciare l’occupazione e ricostruire le istituzioni. Il «patto di governo» piace a Scelta civica di Mario Monti, che per primo propose il contratto di coalizione. Il premier lo chiama «Impegno 2014», si firmerà a gennaio anche con Renzi e Alfano senza però che venga rimessa in discussione la fiducia incassata ieri. Letta lo vede come un «patto generazionale che imprime una svolta all’Italia, dopo un «ventennio sprecato». Ammette «senza attenuanti» che le minacce e gli aut aut hanno indebolito il governo eppure rivendica, con orgoglio, i primi sette mesi: «Avevo detto che non sarebbe stato un governo a tutti i costi, anche prendendomi il rischio di andare a casa». Ora che il Cavaliere è uscito dalla maggioranza si sente più forte e si concede qualche azzardo. La scissione del Pdl? «È la trasformazione politica più radicale di tutta la seconda Repubblica». La rottamazione è un valore anche per lui, che affida il destino dell’Italia a «una leadership politica ringiovanita» e promette di procedere «speditamente», all’insegna di maggiore collegialità tra i gruppi parlamentari. In cima all’agenda ci sono le riforme, «istituzioni che funzionino e una democrazia più solida». Ha urgenza di cambiare la legge elettorale «peggiore d’Europa», ma sul come non prende impegni: «Governo, maggioranza e Parlamento tutto lavorino per restituire ai cittadini lo scettro…». La discussione per un modello maggioritario partirà nella maggioranza, per poi allargarsi alle opposizioni. Quanto al «grande obiettivo» delle riforme istituzionali Letta prende atto che il passaggio di Forza Italia all’opposizione obbliga a cambiare percorso: «Lavoreremo sull’articolo 138 della Carta ». L’Italia, ne è convinto, sta rialzando la testa. Ha rispettato gli impegni, arrestato la caduta del Pil e ora, se riesce ad aggredire i 90 miliardi di un «colossale» debito pubblico, «può ripartire». In cinque mosse. Giù il debito, il deficit, le spese e le tasse. Crescita dell’1% nel 2014 e del 2% nel 2015. Rilancio degli investimenti pubblici. Spinta per la competitività delle imprese. Apertura dei mercati. Per Forza Italia un discorso «pessimo e arrogante, costruito sul nulla in attesa dei diktat di Renzi». Così Renato Brunetta, che annuncia il no di Berlusconi a un governo «poggiato su fondamenta malate».

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