Le adozioni bloccate in Congo Una lettera al Papa: «Ci aiuti lei»

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Ci saranno le luci di Kinshasa, la festa dei Bantu, il caldo umido e polveroso del Congo. E ci sarà lui: Sim, un frugoletto nero di 14 mesi che è già la gioia di Marco e Francesca, i genitori adottivi bloccati dal 18 novembre con altre 23 coppie italiane nella capitale della Repubblica Democratica del Congo. Il Natale, per loro, sarà africano e però triste. «Poteva essere anche una bella esperienza ma con quest’angoscia per il bambino… Fino a che non si chiarirà la vicenda viviamo con la paura di dover rientrare senza di lui per lasciarlo all’orfanotrofio», dice Marco Morandin, trentasettenne trevigiano volato a Kinshasa con sua moglie Francesca per portare in Italia il piccolo Sim, cioè il figlio che stanno sognando da cinque anni. E mentre lo dice il bimbo urla come un’aquila da qualche stanza del residence dove li hanno sistemati in attesa del bramato chiarimento da parte delle autorità del Congo che dal 25 settembre hanno deciso di bloccare le adozioni internazionali. Vogliono fare delle verifiche, dopo aver riscontrato alcune irregolarità sulle liste delle famiglie adottive. «Non abbiamo alcuna novità per la partenza, nonostante le nostre carte siano in regola. Ora però il nostro visto è scaduto e la vicenda sta diventando un’odissea, anche perché gennaio si avvicina e io devo riprendere il lavoro». Lui, addetto commerciale di un’azienda veneta, non può rimanere lì. Sua moglie, biologa, anche. Altre coppie si divideranno, come Alessandra e Antonio che hanno lasciato a Roma una bambina. «PerNatale uno torna, poi vedremo, non potevamo abbandonare né lei né Moise (il figlio adottivo, ndr)». Insomma, un caos. E, visto che fino ad ora l’intervento del governo non ha sortito alcun effetto, le famiglie hanno pensato di alzare ulteriormente il livello di attenzione con una lettera a papa Francesco, via Facebook: «Santità, intervenga sulla Repubblica Democratica del Congo attraverso un suo messaggio, smuova le coscienze, chieda al presidente Kabila di farci tornare a casa, dai nostri cari che ci attendono da più di un mese, insieme ai bambini che abbiamo adottato e che oramai sono italiani. La situazione è sempre più difficile e solo un miracolo può aiutarci». Invocano il Pontefice dalle anguste stanze di Kinshasa, mentre in Italia fervono le trattative per cercare di aprire un canale diplomatico. Si muove il ministro degli Esteri Emma Bonino: «Stiamo percorrendo ogni strada»; si affanna la sua collega dell’Integrazione Cécile Kyenge, pure presidente della Commissione per le Adozioni internazionali (Cai) e di origine congolese, che convoca riunioni d’urgenza; mentre laggiù è l’ambasciatore italiano Pio Mariani a cercare una via d’uscita con le autorità del Congo. «Ma visto che nulla si risolve chiediamo l’intervento di qualcuno di più influente— punge Marco Griffini, presidente all’Associazione Amici dei bambini (Ai.Bi) che sta seguendo 12 famiglie, sei rimaste in Italia e sei bloccate a Kinshasa —. Letta, per esempio, che si è prodigato per i tifosi laziali fermati in Polonia, o il Presidente della Repubblica o il Papa ». Il fatto è che le irregolarità esistono e ora il Congo vuole vederci chiaro. «Sono stati gli americani e i canadesi a forzare le regole delle adozioni facendo indispettire i congolesi. Per esempio, so di una coppia che dopo aver preso un bambino, una volta in patria, l’ha dato in seconda adozione a un’altra famiglia perché non gli andava più. E già l’anno scorso c’era stato un blocco, per via di un single americano gay che aveva sbandierato un’adozione di coppia». Ma pare che anche per gli italiani ci siano stati dei pasticci. La lista dei genitori che avevano in Congo non corrispondeva esattamente ai nomi di chi si è poi presentato per l’adozione. Domanda: cosa può fare ora l’Italia? «Per questo caso, solo trattare. Per il futuro bisognerebbe invece ripensare all’intero sistema delle adozioni internazionali, che da noi è una cenerentola — ricorda Griffini —. Bisogna rivedere la Cai, l’autorità centrale delle adozioni, dev’essere più snella, più efficace, più veloce. Per esserlo dovrebbe passare sotto il controllo del ministero degli Esteri ». Manca l’attenzione e manca il portafoglio, dice. E fa un certo che leggere la lista dei fondi distribuiti a pioggia dal decreto Salva-Roma, comprese le torri anticorsare, e poi scorrere quella delle famiglie bloccate in Congo per aiutare dei bambini senza famiglia. A Kinshasa Marco e Francesca, sospirando per lo strano Natale, scuotono la testa: «Vogliamo rientrare con Sim».

1 Comment

  1. carolus

    24 dicembre 2013 at 15:36

    Caro Letta invece di prevedere tempi rapidi per le adozioni, preoccupati dei ” tempi rapidi” per riportare a casa i nostri Marò. Ipocrita e inetto.