Lavoro, le mosse di Renzi Arriva la telefonata di Verdini

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Mettere da parte l’articolo 18 e accelerare sulla legge elettorale. Matteo Renzi apre la seconda segreteria della sua era raccomandando di tenere «la guardia alta» su riforma del voto e lavoro. La prima preoccupazione è evitare di mandare segnali negativi. Per questo non vuole neanche sentire parlare dell’abolizione dell’articolo 18 per i neoassunti, che era stata sostenuta da uno dei suoi consiglieri economici, Yoran Gutgeld. «L’articolo 18 è un totem ideologico attorno al quale danzano i soliti addetti ai lavori che non si preoccupano dei problemi, ma fanno solo discussioni ideologiche ». Meglio evitare equivoci anche perché, ha spiegato ai suoi, «questo tema non è mai stato all’ordine del giorno». Il che non vuol dire non far sentire le sue ragioni anche alla Cgil: «Per riuscire ad arrivare al nostro obiettivo bisogna cambiare, noi del Pd ne siamo consapevoli — spiega al Tg4 —. Se questo vuol dire ogni tanto litigare con il sindacato, litighiamo anche con il sindacato, l’importante è fare le cose che servono ai cittadini ». Ma per ora è molto meglio concentrarsi sulle norme per semplificare le assunzioni, sui centri per l’impiego e sull’indennità di disoccupazione. Il piano è stato ufficialmente affidato a Marianna Madia e Filippo Taddei. L’altro perno sul quale vuole muovere la sua azione di segretario, come ha ripetuto anche nell’incontro con Angelino Alfano, è la legge elettorale. Su quello, il dialogo è aperto con tutti. Sono già in corso contatti con Forza Italia e con il Movimento 5 Stelle. Questi ultimi a più livelli, perché non è facile sapere chi comanda davvero: con i capigruppo, ma anche con semplici deputati della I Commissione, come Fabiana Dadone e Danilo Toninelli. Dialogo che difficilmente avrà uno sbocco concreto. Quanto a Forza Italia, ieri Denis Verdini, incaricato dal Cavaliere per la legge elettorale, ha telefonato a Renzi. Un modo per sondare le intenzioni del segretario. Renzi ha lasciato la porta aperta a vari modelli, dal Mattarellum corretto alla legge dei sindaci. Quest’ultima è caldeggiata da Alfano, mentre il primo, ampiamente riveduto, potrebbe fare breccia in Forza Italia. Renzi, intanto, tira dritto per la sua strada e si muove in più direzioni, compresa quella delle riforme istituzionali. Si divide tra la sua attività di sindaco e quella di segretario, ma si mu o v e g i à i n un’ottica più ampia (tra i possibili viaggi ci potrebbero essere anche un blitz tra oggi e domani alla Terra dei Fuochi e a Lampedusa). Il Pd è scosso dall’attivismo del neosegretario. I cuperliani non apprezzano la linea politica e danno qualche segnale di insofferenza. Cesare Damiano è pessimista: «L’Italia sta andando come una barca nel bosco. Vedo qualche passo in avanti, ma tra poco avremo una piccola crescita del Pil e una grande crescita della disoccupazione». Damiano vorrebbe un intervento più deciso sui centri per l’impiego: «Ha ragione Renzi a dire che intermediano solo il 3 per cento delle assunzioni, ma ricordiamoci che hanno 7.500 addetti, contro i 77 mila inglesi e i 155 mila tedeschi, e sono paradossalmente precari. Assumiamoli». L’arrivo di Renzi ha provocato una scossa che non è indolore. La capogruppo della commissione Lavoro del Pd, la bersaniana Maria Grazia Gatti, si è dimessa: «Un gesto naturale. Prendo atto che ha prevalso una linea politica diversa dalla mia. Marco la differenza, senza drammatizzare». In realtà, la drammatizzazione c’è stata e lo scontro è stato aspro. Pare che la Gatti sia stata oggetto di molte proteste renziane sulla gestione degli emendamenti sulla legge di Stabilità: «Le proteste ci sono sempre», minimizza. Come minimizza Marianna Madia, che secondo il tempo.it avrebbe sbagliato palazzo e ministro, confondendo il titolare dello Sviluppo economico Flavio Zanonato con il collega del Lavoro Enrico Giovannini. In realtà le cose sarebbero andate diversamente e lei avrebbe semplicemente sbagliato portone, ma non ministro.