Lavoro: Contratti e stage per 900 mila giovani

Bisognerà remare controcorrente rispetto alla nostra storia. Perché i soldi arrivano da quei fondi europei che non riusciamo mai a spendere, nemmeno in questa epoca di tagli e recessione. E perché finora per trovare un lavoro abbiamo preferito altre strade, vedi alla voce parenti e amici. Eppure la cosiddetta Youth guarantee, garanzia per i giovani, è una delle poche carte che il governo può giocare subito contro una disoccupazione giovanile che ormai supera il 40%. Il piano italiano di attuazione del progetto europeo sta per essere inviato a Bruxelles. In teoria si parte il primo gennaio, ma governo e Regioni devono ancora sciogliere gli ultimi nodi. Per cominciare davvero aspetteremo ancora un po’, forse febbraio. L’obiettivo è evitare che il tutto si riduca al solito giochino burocratico che abbiamo visto tante volte: un rimborso in cambio di un timbro, qualche zero virgola temporaneo sulle statistiche, e poi tutto come prima. Facile da dire, ma solo da dire. Come funziona Sul tavolo c’è un miliardo e mezzo di euro, più di due terzi arrivano da Bruxelles, il resto dall’Italia come cofinanziamento. Dovrà essere utilizzato per offrire ai giovani che non vanno a scuola e non hanno un impiego un contratto di lavoro (nella migliore delle ipotesi) oppure uno stage, un progetto con il servizio civile o ancora un programma di proseguimento degli studi. Il tutto per tenerli legati a un mondo del lavoro sempre meno accessibile, per sfoltire le file di quella che rischia di diventare una generazione perduta. L’offerta — che arriverà dai centri per l’impiego pubblici ma potrà coinvolgere anche le agenzie private secondo il modello del voucher — dovrà essere fatta entro quattro mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dal sistema di istruzione. A chi si rivolge Il governo ha deciso di concentrare l’intervento sulla fascia d’età fra i 15 e i 24 anni, rimandando la possibilità di estenderlo fino a 29 anni. Ma anche così i numeri sono altissimi: tra chi cerca lavoro e chi ha interrotto gli studi prima del tempo superiamo quota 900 mila. Un terzo solo fra Sicilia e Campania. Utilizzando il metodo dei polli di Trilussa, dividere il totale dei soldi a disposizione per il numero delle persone coinvolte, fanno 800 euro a testa nel 2014 e altrettanti nel 2015. Ma è solo un esercizio teorico, in realtà il calcolo è molto più complesso. Quali sbocchi Circa un terzo delle risorse, poco meno di 500 milioni, sarà utilizzato per le assunzioni, con un bonus che si aggiungerà al taglio dei contributi introdotto pochimesi fa per le assunzioni dei giovani fino a 29 anni. Un’altra fetta importante (intorno ai 200 milioni) sarà riservata ai contratti di apprendistato, sempre sotto forma di sconto contributivo. Ci sarà poi un bando specifico per il servizio civile, sempre intorno ai 200 milioni, mentre altri 100 milioni andranno a stage e tirocini, con uno «stipendio» minimo di 500 euro al mese. Restano ancora da definire le risorse per la creazione di un’impresa propria e per le esperienze di lavoro all’estero. Le chiamate Ad aver accesso agli appositi sportelli (youth corner) creati per il primo contatto con i centri per l’impiego saranno i giovani iscritti nelle liste di disoccupazione o registrati al portale «cliclavoro». Ma basterà la campagna di comunicazione che partirà nei prossimi giorni per «avvertire» quasi un milione di ragazzi? «Noi stiamo pensando a una convocazione diretta delle singole persone » dice Gianfranco Simoncini, assessore alle Attività produttive della Toscana e coordinatore della commissione Lavoro nella Conferenza delle Regioni. Sbagliato pensare che sia un problemino di poco conto. Non solo perché se Maometto non va alla montagna non è detto che accada il contrario. Ma anche perché la questione incide sui costi. Non solo burocrazia Una piccola parte delle risorse sarà distribuita fra le Regioni in base al numero dei giovani disoccupati sul loro territorio. Una divisione e via, per coprire la cosiddetta presa in carico, le attività di base che cominciano con i colloqui di orientamento. Ma il resto sarà distribuito solo una volta raggiunto il risultato. Per capire. Se un giovane firma un contratto, una goccia di quel miliardo e mezzo verrà presa per finanziare il taglio dei contributi a carico dell’impresa. Mentre un’altra goccia, molto più piccola, andrà al centro per l’impiego che ha materialmente portato a casa il risultato. E questi sono soldi che non arriveranno se i colloqui finiranno con un nulla di fatto. Un premio basato su costi standard, con un cifra fissa per ogni contratto firmato, un’altra cifra fissa per ogni stage avviato e via così. Si sta provando ad aggiungere un’altra variabile che «pesi» il grado di difficoltà dell’operazione, perché è senza dubbio più complicato aiutare un ragazzo che ha solo la terza media e non si vuole muovere dal suo paesino del Sud, piuttosto che un laureato che vive al Nord ed è disponibile a spostarsi. Un meccanismo complesso, non c’è dubbio. Ma sono proprio tutte queste molle che dovrebbero «spingere» il sistema verso risultati reali. Remando controcorrente in un Paese dove per trovare un posto tre volte su dieci ci si rivolge a parenti e amici, come ci ricorda uno studio dell’Isfol, l’istituto per lo sviluppo della formazione professionale. E anche nei centri dell’impiego, che oggi danno lavoro essenzialmente ai loro dipendenti: 10 mila impiegati che «producono» appena 35 mila posti di lavoro l’anno.