Laura Chiatti si racconta a 360 gradi

Le mise sensuali e gli abiti succinti del burlesque (spogliarello ironico e glamour) non fanno per lei.  Laura Chiatti è tipa da T- shirt e calzettoni. L’unico vezzo di femminilità al quale non sa dire di no è il tacco alto. A proposito di abiti, l’attrice umbra sta per indossare quello più romantico che ci sia: il vestito bianco con cui salire all’altare, il 4 luglio, al fianco del compagno Marco Bocci. La Chiatti, che abbiamo incontrato alla presentazione della sua ultima fatica, il film Pane e burlesque di Manuela Tempesta, si racconta a Top tra lavoro, famiglia e femminilità. «Gli uomini? Più bravi…» Che esperienza è stata lavorare in Pane e burlesque con un cast tutto al femminile? «E stato divertente, ma va detto che gli uomini sono molto più bravi a fare squadra. Le donne possono coalizzarsi, ma un po’ di competizione resta sempre. Io, per natura, non sono competitiva. Ci sono state tensioni anche parecchio forti. Io, però, ho legato molto con Giovanna Rei che ho trovato molto affine a me. E ima persona straordinaria, oltre che un’attrice davvero talentuosa». Sul lavoro, non conosci la parola gelosia. In amore invece? «Sì, ma cerco di frenarmi. Devo ammettere che, sebbene sia parecchio istintiva, negli ultimi anni sono migliorata da questo punto di vista e cerco di essere molto più razionale». E stato complicato per te imparare il burlesque? «I ritmi erano frenetici e serrati, visto che abbiamo girato tutto in appena cinque settimane. Eravamo, insomma, più preoccupate che divertite. Il burlesque è un’arte che non conoscevo da vicino, ma solo tramite le performance di Dita Von Teese che è una mia icona di stile, e non credevo fosse così complicato. Lei è bravissima: sensuale, elegante e ironica contemporaneamente. Con le mie compagne di set, abbiamo avuto crisi di panico e ci “scannavamo” per allenarci al meglio. Io ero la più negata di tutte e si è visto subito». Perché hai avuto così tante difficoltà? «Quella forma di espressione della sensualità non mi appartiene. Non è semplice spogliarsi in modo così sofisticato. A me manca proprio la coordinazione e già riuscire a fare un po’ di acqua-gym è un miracolo (ride, ndr). Non a caso, quando abbiamo fatto la prima prova abiti, la costumista ci ha chiesto di portare da casa qualche bustino, o reggicalze, e io ero Tunica a non averne. Burlesque deriva da scherzo, burla, significa spogliarsi con grande autoironia e quindi dovrebbe essere alla portata di tutti. Prescinde dalle caratteristiche fisiche, ma io non l’ho mai fatto nemmeno in privato. Faccio prima a raccontare una barzelletta a un uomo! Sono più una tipa da T-shirt e calzettoni». Non ti sei mai cimentata con altri balli sensuali? «Ho fatto quattro lezioni di pole dance (disciplina sportiva che combina danza e ginnastica, ndr). Lì me la cavavo meglio. Non amo molto lo sport, la fatica e il sudore fini a se stessi, in questo caso invece mi divertivo perché c’era un obiettivo, che era proprio quello di imparare a ballare».Hai cominciato a recitare giovanissima. Ti sei mai arrangiata con qualche lavoretto di fortuna? «Avendo iniziato a lavorare prestissimo, mentre ancora andavo a scuola, ho cercato di portare avanti parallelamente studi e carriera artistica. Non c’era tempo per dedicarsi ad altro». Ce l’avevi un piano B da tirare fuori al momento opportuno? «Il canto è sempre stata la mia passione più grande, però ero e sono timida. E per questo che mi travesto da “pagliaccio” così da superare questo limite. Da bambina, di fronte a una grande platea, diventavo proprio afona. Per fortuna, oggi, non mi succede più. Non avendo alle spalle una famiglia di artisti, il mio piano B riguardava lavori manuali, ma al tempo stesso creativi: la parruc- chiera o l’estetista. Non pensavo proprio all’idea di fare l’attrice. Sono stata scoperta per caso e, quando ho cominciato, mi lasciò a bocca aperta il fatto che in un giorno guadagnassi quanto mio padre in un mese di lavoro da metalmeccanico». Saresti disposta a mettere da parte la carriera per la famiglia? «Sono un po’ martire per indole, ma, se me lo chiedessero, non lo farei. Quando, invece, dovessi avere un figlio, magari sì. Per un uomo, insomma, non lo farei, ma per un figlio sì».