«L’assassinio di Quattrocchi non fu un atto di terrorismo»

Né finalità di estorsione (non ci furono richieste in denaro) né finalità terroristiche. Nove anni dopo, il rapimento dei quattro vigilantes italiani — Salvatore Stefio, Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Fabrizio Quattrocchi (l’unico a morire: giustiziato con un colpo alla nuca dopo aver chiesto che gli fosse tolta la benda)—fu, per i giudici della I Corte d’Assise, un episodio di violenza comune. Estraneo al messaggio eversivo diffuso in ben cinque video, nei quali i rapitori rivendicavano il sequestro a nome delle «Brigate dei mujaheddin» e delle «Falangi Verdi». Filmati trasmessi all’epoca dalle televisioni arabe Al Jazeera e Al Arabiya. Un breve riepilogo: il 12 maggio 2004, durante l’occupazione statunitense dell’Iraq, i quattro italiani, reclutati da un’agenzia di security americana, furono rapiti ad Amman (forse anche nella convinzione che, fra loro ci fossero spie del Mossad) e detenuti in varie località fra cui una scuola in disuso. Nel corso del blitz per la liberazione, 58 giorni dopo (è accertato che tra i sequestratori c’era un infiltrato dei servizi statunitensi) furono arrestati due dei rapitori, i carcerieri, identificati come Hamed Hillal Al Qubeidi e Hamid Hillal Al Qubeidi. Detenuti ad Abu Ghraib (il carcere delle torture), quindi indagati e processati a piede libero (sono nel loro Paese). Nei loro confronti, il pubblico ministero Erminio Amelio aveva chiesto la condanna a venticinque anni per finalità terroristiche (per le quali non viene solitamente richiesta la procedibilità al ministero di Giustizia come accade invece per reati comuni commessi fuori dal territorio italiano). Il collegio della prima Corte d’Assise che, nei mesi scorsi, li ha assolti, ora ha depositato le motivazioni della sentenza. I giudici esprimono il dubbio che «quella pur grave azione delittuosa potesse avere un’efficacia così destabilizzante da poter disarticolare la stessa struttura essenziale dello Stato democratico». Nessuna incertezza, invece, circa l’identità e la responsabilità dei due imputati. Mentre il loro collegamento con gruppi eversivi resta una semplice ipotesi. E i video nei quali i rapitori rivendicano l’azione con minacce all’Italia? E le frasi riferite dagli stessi rapiti, (Cupertino soprattutto) ai quali uno dei due mostrò la ferita riportata durante l’azione aNassiriya contro il contingente italiano? «Semplici vanterie dirette ad accrescere il timore delle vittime», si legge. Obietta il pubblico ministero Amelio, nel ricorso depositato, che, viste le circostanze non si vedeva la necessità di incutere timore nei rapiti, tantomeno millantando la militanza in Al Qaeda o nelle Falangi Verdi. Incer ta, per i giudici, la stessa collocazione politico- militare dei rapitori: «Le indagini dei carabinieri del Ros non hanno consentito di acquisire alcun elemento che potesse suffragare quelle affermazioni tanto che il colonnello Cieri (Arnaldo Cieri, ndr) a specifica domanda del pm ha risposto: “In questo caso, invece , avevamo di fronte un gruppo… più che della galassia di Al Qaeda… della resistenza irachena” ». E se la Cassazione, dice il collegio, definisce terrorismo l’uso della violenza che genera «panico, terrore, diffusa insicurezza », il rapimento dei quattro italiani non raggiunse lo scopo: «È chiaro come, nel caso in esame, detta finalità non risulti dimostrata alla stregua degli elementi di prova acquisiti». Convinto che si sia trattato di uno tra gli episodi di terrorismo della guerra irachena «concretamente estrinsecatesi in azioni contro il contingente italiano e contro ogni soggetto italiano operante», il pm, ha da poco depositato il suo ricorso.