La vittoria della cantante Conchita ha aperto il dibattito sulle nuove identità sessuali

FORSE ci voleva una Drag Queen barbuta vincitrice di un famoso festival musicale, e per questo finita sul libro nero dei paesi omofobi, perché la grande questione del “gender” diventasse finalmente di dominio pubblico. E forse la stessa Conchita Wurst, corpo maschile flessuoso, ciglia finte e barba virile, non si sarebbe aspettata di diventare un’icona politica dell’universo liberal e Lgbt, quando ancora si chiamava Tom Neuwirth, ma già scalava le hit austriache. Invece come spesso accade lo showbusiness sembra aver abilmente catturato l’aria del tempo. Tanto che la barba (vera) della drag Conchita definita dal vicepremier russo Dmitry Rogozin «orrore del declino morale dell’Europa », ieri attaccata con disgusto dal partito islamico turco Akp, è diventata l’occasione per far uscire dall’ombra il dibattito sui confini della sessualità. Oltre etero e omo, oltre il trans e il transgender, quel sentirsi “fluidi” e liberi tra il maschile e il femminile che davvero identifica oggi, dice lo psichiatra Vittorio Lingiardi, «il difficile e doloroso riconoscimento del proprio genere da parte di molte persone». Al di là dell’indubbia furbizia dello show, delle doti musicali di Conchita- Tom, di quella iconografia da “donna barbuta” che nello stile Freak fin dai circhi equestri attrae e respinge il pubblico, Conchita Wurst può diventare comunque una bandiera del contemporaneo. Basti pensare che è proprio di questi giorni la notizia che il segretario americano alla Difesa, Chuck Hagel, ha detto di essere pronto a «rivedere l’attuale divieto che impedisce ai transgender di servire l’Esercito», dopo aver abolito nel 2011 l’obbligo al silenzio per i soldati gay, ai quali era proibito fare outing. Bisogna chiedersi però se ci troviamo davvero di fronte ad una novità, in grado di spostare i confini della morale, o nei limiti di quel gioco dell’ambiguità e del travestitismo che ha radici ben più antiche. Asher Colombo, professore Sociologia generale all’università di Bologna, autore con Marzio Barbagli di una fondamentale indagine sul mondo gay in Italia, è cauto. «Quello che emerge dalle nostre ricerche è la domanda di una maggiore libertà di definizioni della propria sessualità, a cominciare dal poter nettamente dichiararsi gay. E le persone che ammettono la propria omosessualità sono davvero in aumento rispetto al passato, anzi c’è una maggiore voglia proprio di classificarsi. Il fenomeno di Conchita Wurst invece mi sembra qualcosa di diverso, più vicino al travestitismo di cui troviamo cronache addirittura nel 1500 in Italia che alla manifestazione di nuove forme di orientamenti sessuali ». In realtà il panorama è frastagliato e ambiguo. La stessa Conchita infatti è una Drag Queen, mantiene cioè il suo corpo maschile, avvolto in abiti femminili, e poi enigma nell’enigma si presenta in scena con una folta barba nera. Colpo di teatro ad effetto naturalmente, che fa impennare gli ascolti, anche se grazie agli attacchi soprattutto russi quella barba è diventata su twitter simbolo di lotta all’omofobia. Migliaia le persone (femmine, maschi) e i vip che postano i loro selfie con grandi barbe castane a sostegno di Conchita e dunque della libertà sessuale. Vladimir Luxuria è la più famosa ex Drag Queen italiana, emblema di “Muccassassina”, ossia la prima grande kermesse transgender apparsa nel nostro paese. Ex deputata, oggi in prima linea nella difesa dei diritti civili. «Noi non vogliamo distruggere i generi, quello che diciamo è che esiste una percentuale di esseri umani che non si riconosce nel proprio genere anagrafico. Noi transgender non ci operiamo, non cambiamo sesso, ma vogliamo vivere attraverso i sessi, e Conchita Wurst è il simbolo e il riscatto di tutto questo». Una terra indefinita. Un piano inclinato. Questo è ancora adesso il cosiddetto “middle sex”. Che è ben diverso infatti dall’essere transessuali, aggiunge Luxuria. «I trans si operano, modificano il loro corpo con gli ormoni, e una volta cambiata identità bruciano i ponti con il passato, distruggono le foto della vita precedente. Noi semplicemente vogliamo avere la sessualità che ci sentiamo dentro: io ad esempio ho molti tratti femminili ma ho conservato il mio nome maschile. E di intersessuati in Italia ce ne sono oltre centomila. È evidente che la barba di Conchita Wurst è un effetto speciale e fa parte del suo successo: ma oltre alle sue doti musicali ha il merito di aver reso evidente in mondovisione l’esistenza dei transgender». Un universo complesso e indefinibile. Ma ben lontano dall’essere accettato e compreso nella vita quotidiana. Perché se in alcuni ambiti il fascino dell’ambiguo è da tempo una scelta stilistica (vedi l’incredibile successo dell’androgino modello Andrej Pejic) fuori dalle passerelle è assai più dura. Già il dichiararsi omosessuali è soprattutto per i ragazzi impresa ardua e angosciosa, figuriamoci transgender. Vittorio Lingiardi è psichiatra, e docente di Psicologia dinamica all’università “La Sapienza” di Roma. «Come spesso succede lo showbiz rispecchia l’aria del tempo — spiega — e il grande tema del gender è nell’aria. Quello a cui assistiamo è la decostruzione del binarismo di genere, maschio o femmina, a favore di un universo più fluido, aperto ad altre e diverse forme di espressione di sé, del proprio corpo e della propria sessualità». Bisogna distinguere infatti tra genere e gender. Genere è l’universo “genitale” nel quale si nasce: maschi o femmine. Gender è il mondo a cui ci si sente di appartenere, a prescindere dalla propria anatomia sessuale. E la parola fluido, citata da Lingiardi, non è casuale: su Facebook americano dove da qualche tempo è possibile classificarsi non più soltanto come maschio o femmine, ma declinandosi addirittura con altre cinquanta sfumature, il termine fluido è uno tra i preferiti. «Aiutare le persone a tirare fuori la propria identità di genere, è un percorso doloroso e difficile. In questo senso — dice ancora Lingiardi — un’immagine come quella di Conchita Wurst può essere d’aiuto, come testimonianza di una condizione che esiste, di cui si parla e che in questo caso ha anche successo ». Al di là dello show dunque uno spiraglio di accettazione che si apre per il mondo transgender? «Il Dsm, il grande manuale della psichiatria americana, quest’anno per la prima volta ha sostituito l’espressione gender disorder con gender disforia, che indica comunque una alterazione, una difficoltà, ma lo classifica già come un disturbo minore. Credo che si stia facendo strada la comprensione che ognuno si costruisce da sé il proprio idioma di genere». Ossia il guardarsi allo specchio e riconoscersi, anche se discordi e lontani da come si è nati.