La strage di Caselle Ogni vicino ha il suo colpevole, gli inquirenti nessuno

A ognuno il suo sospetto. La signora Cremascoli dice che in giro si vedono facce brutte, facce da stranieri. Il signor Dino non si sbilancia per carità, non vuole dire niente di cattivo su chi conosce da quando era bambino, «ma certo, un pensiero viene». Altri raccontano di quanto era zelante e aggressivo, «ma in senso buono», l’amministratore del condominio di fronte, che era andato fino in tribunale per chiedere al signor Claudio di rimuovere le tegole in Eternit che spuntavano dal sottotetto. È l’ultima casa in fondo alla strada, prima che via Defendente Ferrari pieghi in uno slargo senza uscita, delimitato da un parco giochi. Davanti c’è lo scheletro di una cascina disabitata, ultima reliquia di quando Caselle era solo un borgo e qui c’erano sentieri sterrati che si perdevano nella campagna. Dalla metà degli anni Settanta è cambiato tutto, il quartiere si è ingrandito con abitazioni tutte uguali, villette a schiera che sembrano incastrate l’una nell’altra, senza soluzione di continuità. Quella della famiglia Allione è diventata simile alle altre soltanto pochi mesi fa. Nel 2011 erano cominciati i lavori di ristrutturazione. Era sparita la selva di alberi e rovi che circondava il cortile, che molti vicini di casa consideravano come un grado di separazione dal resto del mondo. «In diciotto anni che sto qui — racconta Alfonso Reina — ci saremo salutati in tutto una decina di volte ». Dacci oggi il nostro inferno quotidiano. Quella villetta, con il suo lembo di giardino, le auto ordinate visibili dalla finestra e l’accesso diretto al garage, diventa ora, e non si ancora per quanto, la nuova scena italiana del delitto, il proscenio per ogni illazione, per un mistero che nel tempo che manca al suo svelamento diventerà ogni giorno più scuro, con l’aggiunta di variabili, infinite piste e dettagli da fiction poliziesche che adesso assumono un peso determinante. Mai come in questa vicenda, sempre fino a prova contraria, i risultati dell’autopsia sembrano decisivi, e questo spiega anche la cautela del pubblico ministero nel formulare i quesiti rivolti al medico legale. Gli esiti dell’esame autoptico devono spiegare se quelle decine di ferite causate da una lama lunga almeno venti centimetri sono state sferrate dopo la morte delle tre vittime, e soprattutto avranno il compito di stabilire l’orario esatto dei decessi. Non stavano andando a dormire e neppure si erano appena alzate. Indossavano maglioni e abiti da giorno, questo è l’unico dato certo. Tutti sanno che Maurizio, l’unico figlio degli Allione, è in libertà, ma con il marchio del sospetto. La differenza tra il suo alibi, la menzogna e la verità, ruota intorno a uno spazio di settanta minuti al massimo, il tempo di una uscita con gli amici nella serata di venerdì, la partenza nella tarda mattinata del sabato verso la casa di montagna. L’esame dei tabulati telefonici di Maurizio e della sua fidanzata servirà a dare un senso alle loro parole. «Adesso non ve ne andate più fino a quando non trovano qualcosa? » chiede la signora Marina Lizzi, che da due giorni vede sfilare troupe televisive e parabole per la diretta continua, con le telecamere puntate sulla casa che dista dieci metri di marciapiede dalla sua. In qualche modo è così, perché in questo attimo sospeso e dilatato di incertezza ogni congettura ha diritto di cittadinanza, e richiama altre pagine di cronaca nera ormai cristallizzate nella memoria collettiva, evocate in ogni crocicchio che si forma sulla via Ferrari, con gli abitanti che chiedono conferma della citazione ai giornalisti, come fossero giudici di una gara di nozionismo criminale. C’è il rimando alla strage di Erba, molto flebile, sostenuto con poca convinzione da astanti e, in separata sede, dagli investigatori. Maria Letizia Vuolo insiste con la faccenda della causa giudiziaria legata all’amianto, ma era roba vecchia, il tetto della villetta degli Allione è invece nuovo di zecca. E poi non si vedono plausibili candidati al ruolo di Olindo e Rosa. La casa della strage è adiacente a quella di un anziano militare, presidente della locale associazione delle vittime e reduci di guerra. La villetta più vicina apparteneva al signor Amedeo, che è mancato due mesi fa. Maria Angela Greggio, l’ex insegnante in pensione, la moglie di Claudio Allione morta a pochi metri di distanza da lui, aveva fatto assistenza volontaria nei mesi della lunga malattia. Allora c’è chi insiste con il ricordo della morte del piccolo Tommaso Onofri, sequestrato e ucciso da due muratori che dovevano sistemare il patio della cascina di Casalbaroncolo, in provincia di Parma, attirati dal peccato di hýbris del padre, che aveva mostrato loro una scatola di scarpe piena di soldi, frutto di una eredità. Ad Alessandro Favero, l’impresario che ha lavorato per quasi due anni alla costruzione dell’alloggio al secondo piano, mancavano solo gli impianti e gli infissi e poi era pronto, trema la voce per lo sdegno. «L’ho sentita anch’io questa ipotesi. Ma è una porcheria. Conosco i miei operai uno ad uno. Ci metto la mano sul fuoco, e sono sicuro che tra qualche giorno sul palmo non ci saranno ustioni». I soldi sono però l’unico movente plausibile, l’unica pista da seguire nel buio. C’erano, con moderazione. Un appartamento a Bardonecchia, qualche proprietà immobiliare in Veneto intestate a nonna Emilia, la terza vittima. La casa piena zeppa di suppellettili e oggetti sparsi, comprese decine di pile di riviste ingiallite, in apparenza senza un ordine preciso. «Era gente che non buttava niente» dicono i vicini per spiegare una attitudine che sembrava l’unica stravaganza di una famiglia riservata, autorizza l’ipotesi di forti somme di denaro custodite in casa. Ma nulla è stato ancora trovato. E nulla è ancora uscito dal buio di quel viale. Così la suggestione più forte, quasi per esclusione, rimanda a un passato remoto che si chiama Pietro Maso, oppure Erika e Omar, che a pensarci bene Novi Ligure non è neppure troppo distante da qui. Le ipotesi peggiori non sempre sono le più probabili, ma nessuno sembra tenerne conto. L’accostamento al passato è quasi una sentenza, almeno nelle parole degli abitanti di via Ferrari, che Maurizio e la sua famiglia non li hanno mai conosciuti troppo bene. Come accade spesso tra villette come queste, quando all’improvviso irrompe l’indicibile e tutto diventa attesa.