La strage degli operai senza nome Napolitano:insostenibile sfruttamento

http://www.mainframechina.com/american-doctoral-dissertations-online/ By on 3 dicembre 2013

write my thessis C’è l’inchiesta, ostacolata dall’omertà e dalla reticenza. E c’è lo sdegno e il dolore per quelle povere vittime divorate dal fuoco nella fabbrica lager di Prato. Il presidente Giorgio Napolitano, in una lettera inviata al governatore della Toscana, Enrico Rossi, ha esortato a mettere un freno al lavoro nero e allo sfruttamento: «Al di là di ogni polemica o di una pur obbiettiva ricognizione delle cause che hanno reso possibile il determinarsi e il permanere di fenomeni abnormi — ha scritto — sollecito a mia volta un insieme di interventi concertati a livello nazionale, regionale e locale per far emergere da una condizione di insostenibile illegalità e sfruttamento — senza porle irrimediabilmente in crisi—realtà produttive e occupazioni che possono contribuire allo sviluppo economico toscano e italiano». Il capo dello Stato ha espresso alla comunità cinese «dolorosa partecipazione per le vittime della tragedia» che ha suscitato «orrore e compassione in tutti gli italiani» e ha espresso condivisione con Enrico Rossi per «un esame sollecito e complessivo della situazione che ha visto via via crescere a Prato un vero e proprio distretto produttivo nel settore delle confezioni, in misura però non trascurabile caratterizzato da violazione delle leggi italiane e dei diritti fondamentali dei lavoratori ivi occupati ». Durissime, invece, le critiche al governo del presidente della Toscana Rossi. «Chiedo al ministro dell’Interno di venire qui a Prato non un’ora ma qualche giorno — ha detto — per vedere come sono le cose. Ci sono 1.500 permessi di soggiorno e non abbiamo una mappatura di quanti sono i cinesi». Intanto a Prato si cerca di dare un nome alla sette vittime. Due le identificazioni. Una certa, con le impronte digitali, l’altra presunta grazie al ritrovamento di una collana. La prima è quella di Hu, un clandestino trentenne del Fujan, regione del sud della Cina. La polizia lo aveva fermato nel 2010, schedato come clandestino e avviato la procedura d’espulsione, ma l’uomo era entrato nella «fortezza » della fabbrica di via Toscana 63. Gli avevano offerto 18 ore di lavoro, senza festività, 750 euro al mese. L’alloggio era in un loculo sopraelevato in cartongesso, tra i primi ad essere distrutti dal fuoco e devastati dal crollo del tetto. Il nome presunto della seconda vittima è Chunhao Wang, una donna di 47 anni. Il marito l’ha riconosciuta da una collana che indossava. All’obitorio ieri mattina sono arrivati cinque cinesi e hanno detto di essere i parenti delle vittime. Sono stati ascoltati in questura e c’è la sensazione che abbiamo raccontato la verità. Qualche speranza arriva dal ritrovamento di alcuni documenti tra le macerie della fabbrica. Il procuratore Piero Tony ha ammesso le difficoltà delle indagini, tra reticenza e una situazione di diffusa illegalità. «La maggior parte di queste aziende sono organizzate come nel Far West», ha detto il magistrato. L’azienda del rogo ha una proprietaria e il suo nome oggi sarà iscritto nel registro degli indagati. Si chiama Li Jianli, ha 44 anni e vive a Roma. Gli investigatori sospettano che sia solo una prestanome: a gestire la fabbrica sarebbe una coppia di clandestini con un figlio di 4 anni. Tra i reati contestati il disastro colposo, l’omicidio colposo plurimo, lo sfruttamento della manodopera clandestina e l’omissione delle norme di sicurezza. «Questa è schiavitù. Non si può chiamare il reato con un altro nome», ha detto il candidato alla segreteria del Pd, Matteo Renzi. Anche il proprietario italiano del capannone rischia di entrare nell’inchiesta.

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