La sfida di Berlusconi per le Europee: vorrei presentarmi io come capolista

Berlusconi-sorridente

Un po’ per tenere alto il morale a un partito stordito e nel pieno del «ciclone rinnovamento » che dovrebbe passare per la nomina a coordinatore unico di Giovanni Toti. Un po’ per ribadire, comunque, che chiunque venga nominato in qualsiasi ruolo, il leader e capo resta lui. E un po’ perché ci crede davvero, e la sfida lo tenta. Sono parecchi i motivi per cui Silvio Berlusconi — parlando ai neocoordinatori regionali (presenti Fiori, il responsabile dei Club, ma anche Verdini, Capezzone, Bernini) per spronarli a muoversi sul territorio di concerto con i circoli in vista di un generale «election day il 25 maggio» che auspica di «vincere » —, rilancia la possibilità di una sua candidatura alle Europee «in tutte le circoscrizioni». Racconta il Cavaliere come i suoi avvocati abbiano consultato giuristi anche stranieri convinti che la legge Severino —, che stabilisce l’incandidabilità oltre alla decadenza per tutte le cariche politiche a seguito di una condanna —, sarebbe in conflitto con la normativa europea. E siccome Berlusconi si è già appellato alla Corte di Lussemburgo, la sua speranza è che arrivi una sentenza a lui favorevole — o almeno una «sospensiva » — che gli permetta di correre tranquillamente in Italia senza dover accettare le «tante richieste di candidatura» che gli arrivano — ha assicurato — da parecchi Paesi europei: «Mi vogliono a Malta, in Romania, in Bulgaria, anche in Spagna… Ma io vorrei candidarmi in Italia». Il punto è: se dal Lussemburgo non arrivasse una risposta nei tempi sperati, l’ex premier proverebbe a candidarsi lo stesso? Secondo alcuni dei suoi fedelissimi assolutamente no, secondo altri sì: «Proverebbe lo stesso a presentare liste con lui a capo, e il Tar potrebbe anche accettare la sua candidatura con riserva, in attesa del responso della Corte. Se invece la respingesse, sarebbe comunque un caso eclatante, di cui si parlerebbe per settimane, e l’effetto attenzione sarebbe assicurato… ». Quali saranno alla fine le decisioni si vedrà, ma intanto la polemica è già esplosa. Dal Pd è lo stesso Franceschini ad avvertire che «Berlusconi non può candidarsi», gli replica la Gelmini sostenendo che la Severino viola in maniera «evidentissima » i «principi costituzionali » e Luca D’Alessandro se la ride: «Nel Pd sono nel panico». Insomma, al di là della reale percorribilità della strada imboccata, Berlusconi è tornato. Annunciando che prima che si apra in Aula, il 27 gennaio, la discussione sulla legge elettorale, vedrà Renzi per cercare un accordo che — ha rivelato — «è possibile». E mantenendo il suo partito sulla corda forse anche con quel gusto sottile del divide et impera che ha sempre avuto. Sì, perché anche ieri è stata giornata interlocutoria sul fronte nomine. Tre i coordinatori regionali scelti (Pagano in Abruzzo, Amoruso in Puglia, Polidori in Umbria), ma nessun annuncio sulle cariche nazionali. Toti insomma resta in pole position per diventare coordinatore organizzativo, ma la fiera resistenza di parecchi fra i big sta complicando la sua corsa. Nel partito in tanti pensano che attraverso il direttore Mediaset l’azienda voglia controllare il partito e fare tabula rasa di «noi che abbiamo dato tutto». E quello che lo stesso Verdini ha spiegato a Berlusconi è che è vero, se si andasse a votare subito la rivoluzione nuovista potrebbe anche funzionare, ma se si andrà avanti un anno e più allora i «ripudiati» in Parlamento e sul territorio potrebbero abbandonare il partito, svuotandolo di energie e radicamento. Se si aggiunge che Fitto ha scelto una sorta di Aventino silenzioso, rifiutando ogni offerta del Cavaliere di posti anche di prestigio (a partire dalla guida degli Enti locali) per rimanere «deputato semplice», l’area dei falchi è in subbuglio nonostante tutti assicurino che «per Verdini un posto nella stanza dei bottoni ci sarà sempre», nelle regioni i delusi dalle nuove nomine sono parecchi (in Campania siamo già alle scissioni), si capisce come l’ex premier abbia preso ancora un po’ di tempo prima di procedere alla distribuzione degli incarichi. Permettendosi anche il lusso delle battute: «Tutto quello che tocco diventa famosissimo: è successo con Dudù, e anche con Toti…».