La «madrina» del pizzo sulle eredità In cella la sorella di Messina Denaro

Stavol ta la squadra antimafia entra in azione come in una fiction televisiva perché per fare terra bruciata al superlatitante, Matteo Messina Denaro, nella notte di Santa Lucia finiscono in manette la sorella, il nipote, il cognato, il prestanome e così via. Una retata alla luce delle torce con trenta arresti fra Castelvetrano, Campobello di Mazara, paesi e campagne della provincia di Trapani. Un impero che traballa, 5 milioni sequestrati, fiancheggiator i e c ce l l ent i in mane t te , compresi due ingegneri dell’amministrazione penitenziaria perché da questa cabina di regia volevano mettere le mani perfino sugli appalti dell’Ucciardone, sotto le direttive di una donna ben nota ai segugi dell’imprendibile «Diabolik», Patrizia Messina Denaro, una delle quattro sorelle, la più determinata. Se la ricordano bene gli agenti che hanno perquisito in passato tante volte casa sua trovando questa bruna di 43 anni sempre provocatoria e arrogante, impettita al centro del salone di casa con gli occhi sulle prese di corrente, tutte smontante per invitare con sguardi di sfida gli agenti a piazzare le microspie. Tanto alla «bonifica» provvedeva poi lei, esperta, muovendosi come la vera padrona di casa e mostrandosi al popolo dei fiancheggiatori come la vera padrina. Persino in grado, spiegano gli inquirenti, di estorcere a due donne durante un funerale i 70 mila euro che avevano appena ereditato da un conoscente. Il fenomeno ormai si studia all’università, abbondano i saggi sulla mafia che diventa sempre più donna, ma la retata dell’altra notte rilancia l’analisi con drammatica attualità. Perché, oltre alla sorella-padrina, sono finite in cella altre sei donne e tutte le sorelle di Messina Denaro hanno i mariti in carcere, come alcune protagoniste di clan diventate prestanome per cercare di scongiurare sequestri di aziende e negozi, alberghi e magazzini. Pronte a svolgere commissioni di diverso tipo, compresa una vigilessa in servizio a Paderno Dugnano, in provincia di Milano, Antonella Montagnini. A lei si sarebbe rivolto un imprenditore della famiglia, Nicolò Polizzi, per controllare qualche targa sospetta temendo di essere pedinato. Su tutte domina comunque la personalità inquietante di Patrizia Messina Denaro, appagata dagli agganci con gli ingegneri insospettabili Salvatore Torcivia e Giuseppe Marino — quest’ultimo è figlio di Vito Ivan Marino, presidente vicario della Corte d’appello di Palermo — dalla devozione del nipote Francesco Guttadauro, pure lui ammanettato, come Giovanni Filardo, un imprenditore considerato il cassiere del clan, e un candidato della lista Grande Sud-Mpa, Aldo Licata, accusato di voto di scambio. Eccoli tutti a far corona alla donna fiera di mostrare agli agenti in ogni stanza una foto del fratello, idolatrato, offerto come simbolo e modello a nipoti, parenti e tanti complici che lo venerano chiamandolo «u siccu ». E lei a ripeterlo: «Il bene veni di lu siccu». Intendendo per «il bene» soldi e potere. Un ruolo che apparve chiaro al segugio numero uno della primula di Cosa nostra, Giuseppe Linares, quando trovò i «pizzini» scritti da Di Matteo sin dal 1997, individuati dando la caccia a un professore di latino, ex sindaco, Antonio Vaccarino, uomo colto, poi diventato un informatore dei servizi segreti, quindi un personaggio che potrebbe catalizzare la vendetta del latitante, ma nonostante tutto apparentemente sereno, forse fatalista, a casa sua con la moglie, senza protezione. Un mistero che si intreccia con una attività di intelligence che ha anche creato malumori e divisioni nell’appartato antimafia. Lo stesso Linares è stato trasferito alla direzione della Dia di Napoli senza avere potuto utilizzare per tre anni intercettazioni sbobinate con molto ritardo e sfociate nell’operazione che da ieri fa davvero terra bruciata attorno al latitante. Scontri interni non sono mancati anche nella Direzione antimafia con il procuratore aggiunto Teresa Pincipato, coordinatrice del blitz di Santa Lucia, adesso soddisfatta, ma la scorsa estate prima firmataria con il suo collega Leonardo Agueci di un documento presentato al Csm contro il capo del loro ufficio, Francesco Messineo. Inquietudini in qualche modo spazzate via da una retata alla quale hanno partecipato tutte le forze di polizia, a cominciare dal Ros. Una risposta durissima assestata a «Diabolik», come Matteo Messina Denaro ama farsi chiamare con scherno, proprio mentre cresce l’allarme per un attentato contro i magistrati più esposti.