La legge contro i troll che divide la Sicilia «Così censurano laRete»

C’è chi la chiama — con quella s un po’ stonata nel titolo — «legge no-comments». Si tratta dell’emendamento, inserito nella norma sui finanziamenti all’editoria approvata dalla Regione Sicilia, che vieta l’elargizione di fondi alle testate online che pubblicano commenti e post anonimi. La legge votata dall’Assemblea regionale siciliana (contrario il Movimento 5 Stelle) prevede che tutte le imprese editoriali che vogliono ricevere parte dei 15 milioni di euro previsti dal ddl, debbano «avvalersi di un sistema informatico che assicuri, per i post e i commenti inviati dai lettori e pubblicati sulle pagine web, la possibilità di identificare l’identità degli autori». La disposizione non è obbligatoria per tutti i siti — ci tengono a precisare dal Parlamento siciliano — ma solo per quelli che richiedono il finanziamento pubblico. E, sottolineano, sarebbe in linea con le normative europee sulla privacy, visto che permette agli utenti di utilizzare uno pseudonimo, previa registrazione con vero nome o invio di documento d’identità alla testata. L’emendamento ha sollevato le proteste dei Cinque Stelle e di buona parte della comunità Internet siciliana. Riccardo Nuti, ex capogruppo alla camera del Movimento, ha scritto su Facebook: «La Sicilia sta per diventare come la Cina», riferendosi al rischio censura celato dietro l’obbligo di «identificazione» introdotto dalla legge. «Se non sei schedato — scrive — non potrai commentare gli articoli, magari denunciando che un politico ha detto falsità o che il giornalista ha scritto delle notizie errate o distorte». Dietro la decisione, sostenuta dal presidente della Regione Rosario Crocetta, ci sarebbe l’ambizione di limitare l’anarchia che confonde vero e falso su Internet e di promuovere un’informazione più sana, tenendo alla larga troll (disturbatori online) e fomentatori di odio. Un’azione etichettata come «folle» dal capogruppo del Movimento Cinque Stelle all’Assemblea Giancarlo Cancelleri, secondo cui l’emendamento dimostrerebbe «la scarsa conoscenza, da parte dei deputati che hanno votato quella norma del mondo del web. Nessun commento è mai anonimo, ma è sempre rintracciabile attraverso l’indirizzo del computer da cui è partito il commento». I critici del ddl sostengono, infatti, che sono sufficienti le leggi già in vigore (quella contro la diffamazione, ad esempio) e l’attività della polizia postale per perseguire, in caso di reato, i presunti colpevoli «a mezzo Internet». In realtà, conoscere l’indirizzo del computer non è sufficiente per risalire all’identità dell’autore di un commento, così come le leggi «ordinarie» spesso non bastano a regolare il complicato mondo dell’informazione online. Non è però schedando gli accessi ai siti che si garantisce un’informazione più giusta. In queste ore aumenta il numero di testate siciliane che stanno protestando contro la decisione dell’Ars coinvolgendo i propri lettori: Livesicilia, uno dei siti d’informazione più visitati della regione, ospita un lungo editoriale del direttore, Francesco Foresta, in cui sostiene che il giornale continuerà a pubblicare tutti i commenti dei lettori non ritenuti offensivi dalla redazione: «Pazienza — scrive Foresta —, perderemo qualche contributo pubblico nonostante siamo tra i pochi quotidiani online ad avere le carte in regola (traffico, giornalisti contrattualizzati, iscrizione al Registro degli operatori della Comunicazione, contributi previdenziali regolarmente e mensilmente pagati) ma non ci piegheremo a questo diktat». In tanti sottolineano come non si possa risolvere la spinosa questione dell’anonimato online con un diktat regionale, anche perché l’emendamento non prevede, ad esempio, alcuna forma di tutela per chi trova proprio nell’anonimato l’unica possibilità di denuncia. In Italia non esiste ancora forma di garanzia per i cosiddetti whistleblower, le persone che segnalano attività illecite dell’azienda o dell’ente pubblico per cui lavorano. Una tutela auspicabile per tutte le regioni, Sicilia compresa.