L’ Oro di Scampia, Beppe Fiorello: “Vi racconto l’altra faccia di Gomorra”

Sul piccolo schermo interpreterà la vita di Gianni Maddaloni, l’allenatore di j judo di Scampia (quartiere fatiscente dell’estrema periferia di Napoli che nel 2000 condusse il figlio Pino a vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Sydney. A teatro, invece, è Domenico Modugno, padre della musica italiana. Due personaggi con la “P” maiuscola che la bravura e l’eclettismo di Giuseppe Fiorello trasformano in icone co n tem p o ranee, capaci di trasmettere al pubblico nuove e vecchie emozioni. Nel film per la Tv L ’oro dì Scampia diretto da Marco Pontecorvo, Fiorello si chiamerà Enzo Capuano, alter ego da fiction di quel Maddaloni che tredici anni fa strappò applausi e lacrime all’Italia intera insieme al figlio Pino (che in Tv si chiamerà Toni). Al suo fianco, la brava Anna Foglietta, che dà il volto alla moglie Teresa. Nello spettacolo teatrale Penso che un sogno così…, invece, l’attore siciliano torna a interpretare Domenico Modugno dopo il successo ottenuto l’anno scorso dalla fiction di Raiuno Volare La grande storia di Domenico Modugno. Un’occasione unica per rendere omaggio a suo padre Nicola, prematuramente scomparso per colpa di un infarto quando lui aveva solo vent’anni. E per esorcizzare, finalmente, le paure di un bambino silenzioso, timido al limite del patologico, che non osava sognare per il timore di non essere compreso. «È la storia di un eroe quotidiano» Beppe, non sbagli un colpo nella scelta dei personaggi. Che sensazioni ti ha regalato questo film Tv? «Mi ha dato la possibilità di raccontare la storia di Gianni Maddaloni, un vero eroe quotidiano. Un uomo socialmente utile che, a differenza di altri personaggi che ho interpretato in Tv, è ancora vivo e rappresenta quindi un costante esempio. Spesso, la Tv italiana tende a celebrare gli eroi del passato, ma raccontare i vivi è fondamentale per mostrare ai cittadini il lato più bello del nostro Paese. Da noi di persone come Maddaloni ce ne sono tantissime, soprattutto nelle piccole periferie: dagli artigiani che nel Terzo Millennio tengono ancora in vita la loro arte ai politici locali onesti che si battono per il trionfo della giustizia». In che cosa ti assomiglia questo personaggio? «Come me è molto ostinato e cocciuto, ed è anche un po’ ruvido. Non è disposto a fare sconti a nessuno pur di raggiungere i suoi traguardi. Allena i suoi ragazzi con durezza, perché solo in questo modo possono raggiungere la vetta del mondo partendo dal quartiere di Scampia. Essendo anch’io padre di due bambini (Anita, 11, e Nicola, 9, avuti dalla moglie Eleonora Pratelli, ndr) lo capisco e apprezzo molto. Tutti i papà sperano che i propri figli diventino persone buone, in grado di fare del bene a se stessi e all’umanità». Che messaggio emerge da L’oro di Stampini «Senza dubbio un messaggio di speranza per le famiglie e soprattutto per i ragazzi che vivono in condizioni difficili e in quartieri meno abbienti, proprio come i protagonisti del film». Lo stesso Maddaloni lo ha definito «La risposta a Gomorra», il film del 2008 diretto da Matteo Garrone e basato suU’omonimo best seller di Roberto Saviano. Condividi? «Non mi piace la parola “risposta”, perché noi non dobbiamo dare risposte a nessuno. Gomorra è uno splendido film che ci ha permesso di venire a conoscenza di determinate situazioni. Io userei la definizione “L’altra faccia di Gomorra”, quella capace di regalare speranza». «Da piccolo ero molto timido»» A proposito di Gomorra, hai mai avuto paura mentre giravi a Scampia le scene del film? «Mai. Ho passato un mese splendido in compagnia degli abitanti del quartiere. Ogni mattina alle 8 mi davano il buongiorno, facendomi trovare una frittata di maccheroni. Un giorno una signora mi ha abbracciato e mi ha detto: “Mi raccomando, raccontateci bene”. Una semplice frase in cui è racchiusa tutta la disperazione delle tante persone oneste che non fanno parte del marcio sistema camorristico e che sono stanche dei pregiudizi di cui sono vittime». Anche l’interpretazione a teatro di Domenico Modugno ti permette di raccontare una storia per te molto importante. «Nello spettacolo Penso che un sogno così… ho sovrapposto due personaggi a me cari: mio padre Nicola e il padre della musica italiana. Li ho fusi insieme e ne è venuto fuori l’affresco di un’Italia meravigliosa, che purtroppo oggi non c’è più. Inoltre, questa esperienza mi ha fornito l’occasione di portare in scena molte delle zone d’ombra della mia personalità che ho avuto fin da piccolo. Ero un bimbo molto silenzioso, pieno di paure, non parlavo mai con nessuno. Ero incapace di far emergere ciò che provavo nel profondo dell’anima per il timore che i miei sogni, una volta espressi, non sarebbero stati capiti. Tenevo tutto dentro e per quello mi sentivo bloccato. In una sorta di seduta psicoterapeutica di gruppo, questo spettacolo mi ha permesso di tirare fuori tante emozioni e, poi, di metabolizzarle. Non avrei mai pensato che una storia così personale potesse appartenere anche ad altre persone. Invece ogni spettatore vede nel personaggio che porto sul palco una parte di sé».