Jennifer, guerriera senza carisma fa sognare in un vuoto di ideali

Doveva essere un film «di passaggio », in attesa del gran finale (Hun- ger Games: Il canto della vittoria, già sapientemente diviso in Parte 1, prevista per il 2014, e Parte 2, annunciata per il 2015), e invece la distopia guerrafondaia del «regno» di Panem — che ha un presidente, si immagina eletto «democraticamente», ma è dotato dei poteri di un re/dittatore — è riuscita in qualche modo a rigenerarsi e quasi a reinventarsi, perché Hunger Games: La ragazza di fuoco sa aprire ai suoi fan nuovi scenari d’avventura e d’immedesimazione. Nel primo film, l’intelaiatura del romanzo originale di Suzanne Collins rivelava tutte i suoi debiti (che qualche critico aveva definito «scopiazzature » tout court), da Battle Royale di Fukasaku a L’impla- cabile con Schwarzenegger, e il peso preponderante dato ai «Giochi della fame» nell’equilibrio del racconto finiva per rendere il tutto abbastanza indigeribile. Anche per lo s chema t i smo con cui era descritto un mondo diviso tra una popolazione di lavoratori proletariamente indomiti e una classe «comandante » (che dirigente sembra francamente troppo) mollacciona e imparruccata. Di fronte alle quali l’umanità guerriera di Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) risplendeva in tutto il suo fulgore. Difetti che devono essere stati notati anche dai produttori della Liongate se la squadra di comando è stata tutta cambiata: regia affidata a Francis Lawrence (nel primo c’era Gary Ross), applaudito regista di videoclip e nessuna parentela con Jennifer, mentre la sceneggiatura è stata commissionata a Simon Beaufoy e Michael Arndt (al posto di Ross e Billy Ray). Certo, il romanzo della Collins non offre molte possibilità d’inventiva: la storia è quella e non si può sgarrare. Ma la crescita della voglia di ribellione nei distretti poveri di Panem permette un equilibrio narrativo più accettabile. Il nuovo film inizia con la «ragazza di fuoco» (che era il soprannome—per chi non se lo ricordasse — conquistato da Katniss grazie al cos tume da parata che le aveva progettato Cinna, cioè Lenny Kravitz, e che la faceva sembrare avvolta nelle fiamme) che insieme al suo compagno Peeta (Josh Hutcherson) dovrebbe godere dei vantaggi della vittoria: cibo, ricchezza e vita tranquilla. Ma aver sovvertito le regole della gara—rimasta in vita con Peeta, Katniss aveva rifiutato di ucciderlo — ha fatto crescere negli oppressi la certezza che ci si possa ribellare alla volontà del presidente Snow (Donald Sutherland). E infatti il tour della vittoria accende a ogni tappa nuovi focolai di insubordinazione. Da cui la perversa idea di Snow: per i nuovi giochi, i settantacinquesimi, i «tributi» non saranno estratti a sorte ma verranno scelti tra chi ha già combattuto in passato. Sperando in questo modo di eliminare definitivamente l’aizzapopolo Katniss. Che l’abilità dell’eroina con arco e frecce saprà farle superare anche queste nuove gare nessuno, o quasi, lo mette in dubbio. Ma gli ostacoli per Katniss non si fermano solo all’eliminazione dei nemici: intanto c’è il problema del cuore, perché se tutta Panem è convinta che lei ami Peeta (visto che gli ha salvato la vita nei giochi precedenti), lo spettatore ha capito che il suo cuore batte— o vorrebbe battere—per il bel Gale (Liam Hemsworth). E poi c’è il viscido nuovo stratega (Philip Seymour Hoffman) che ha trasformato il campo di battaglia in una trappola ben più insidiosa di quello che possono rappresentare gli altri «tributi». A questo punto devo fermarmi, perché rischierei di rovinare la sorpresa a quegli spettatori che non conoscono i romanzi della saga. Anche se il vero «mistero» del film (incasso record al debutto negli Usa: 161 milioni di dollari) ai miei occhi, non è chi vincerà e chi perderà ma piuttosto le ragioni per cui un’attrice non particolarmente carismatica (e con un viso dagli inquietanti riflessi plasticosi: già finita dal chirurgo estetico a 23 anni?) e un personaggio piuttosto prevedibile nel suo schematismo guerriero abbiano acceso un delirio di massa global. Che cos’ha Katniss/ Lawrence per piacere tanto? Che cosa ne ha fat to un’eroina per cui delirare? La risposta penso vada cercata «in negativo», nel vuoto di modelli e di ideali che sembra dominare l’immaginario delle ultime generazioni, «sdraiate» di fronte alle sfide della vita (per rubare il titolo dell’ultimo libro di Michele Serra) eppure bisognosi di qualcuno a cui ispirarsi. E meglio se questo «modello» è totalmente favolistico e irreale come la Katniss del film: non c’è bisogno di cercare di imitarla nella vita quotidiana, basta sbraitare per lei (come hanno fatto all’anteprima romana durante il festival capitolino) o scatenarsi sui social network. Così non si corre neanche il rischio di doversi misurare con la concretezza del reale e si può continuare a cullarsi nell’illusione dei sogni…