Ilaria D’Amico: Mentre il torneo entra nel vivo, la conduttrice di Sky traccia un bilancio. Non solo sportivo…

Avete presente l’Ilaria D’Amico che domina con destrezza le dirette di Sky Sport issata su un tacco 12 dettando tempi, sciorinando cifre, domando gli intervistati? Bene, dimenticatela. Mentre impazzano i Mondiali e i ritmi di lavoro di Ilaria sono persino più frenetici del solito, lei ha deciso di posare la sua cartelletta e di raccontarsi come non aveva mai fatto prima. Se in passato l’avete trovata altera, distante, prigioniera della sua perfezione, preparatevi a cambiare idea. Quando ha deciso che sarebbe diventata Ilaria D’Amico? «A dieci anni, guardando Lilli Gruber che conduceva il Tg1. L’idea che una donna giovane potesse condurre il telegiornale delle 20 con quel piglio forte e al tempo stesso rassicurante mi affascinava ». Che cosa l’ha aiutata a raggiungere l’obiettivo così velocemente? «Il fatto di saper dire di no. Non mi interessava essere in tv tanto per farmi vedere, avevo in mente un mio percorso. La popolarità in sé non ha mai significato nulla per me». Dieci anni fa lavorava per Sky, Rai e Mediaset. In seguito ha condotto «Exit» su La7. «Nel mio lavoro la libertà è fondamentale» ci aveva detto in un’intervista. «Poi mi sono sposata con Sky». Già, contratto in esclusiva. Perché? «Vivo in eterno conflitto tra il bisogno di sicurezza, di progetti a lungo termine, e la necessità di sentirmi libera di scegliere. Ogni decisione per me è un investimento emotivo immenso. Sia nella vita professionale sia in quella privata. Penso: “È per sempre”, ma poi voglio scegliere ed essere scelta ogni giorno». E questo nella vita quotidiana significa che… «Che non ho bisogno di avere intorno persone che mi diano ragione: cerco un confronto costante. Non sono mai stata una donna troppo coccolata. Preferisco correre il rischio di essere criticata da chi mi sta vicino». Un esempio? «Il mio ex compagno, il padre di mio figlio, è una persona piuttosto critica. Ma ancora oggi è una delle persone più importanti della mia vita ed è per me un’occasione di confronto fondamentale. Il nostro rapporto resta molto solido, perché l’amore quando è vero si trasforma, non finisce». Almeno sua madre la coccolerà un po’… «Macché. Non si è mai spellata le mani per applaudirmi». La cosa più bella che le ha mai detto? «“Qualunque cosa succeda, tu sarai sempre il mio cavallo vincente”». Non dev’essere facile essere la mamma di Ilaria D’Amico. «Al contrario. Io sono una gran mammona. Fosse per me la terrei in casa sempre, con orrore dei miei compagni. È mia madre che non vuole…». Che tipo è? «Una che si è fatta da sé. Si svegliava alle sei del mattino per lavorare. Prima era nel settore dell’abbigliamento, poi ha aperto un negozio, poi delle lavanderie, ed è andata avanti: una piccola imprenditrice. I miei si sono separati presto e in modo burrascoso. Lei lavorava come una matta tutta la settimana e poi il sabato caricava me e i miei cugini su una vecchia 500 per portarci al luna park. Quando mi capita di portare mio figlio Pietro in qualche parco di divertimenti inizio a capire quanta fatica potesse costarle». E la D’Amico che tipo di mamma è? «Una mamma italiana. Il mio piccolo Pietro è stato l’ago della bilancia nella decisione di lavorare solo per Sky. Volevo dedicargli più tempo possibile». Pietro arrivò giusto prima dei Mondiali del 2010. «Fu un periodo complicatissimo. Ero felice di essere mamma ma non ero preparata alle coliche, alle notti insonni, alle difficoltà dell’allattamento a richiesta». Ilaria D’Amico ha scelto l’allattamento a richiesta? «Avevo letto delle cose che mi avevano convinto. Per fortuna mia madre e quella del mio compagno mi hanno dissuaso presto. Ma di fatto durante quei Mondiali non ho dormito quasi mai. È stata una lezione, per me. Sia chiaro, sono i problemi di tutte le mamme che lavorano: non conta se in banca, in un negozio o a Sky». Per questi Mondiali invece Pietro guarda la sua mamma in tv. «Fino a poco tempo fa non gli era concesso. Quand’era ancora molto piccolo mi aveva visto nello schermo ed era corso ad abbracciarlo gridando: “Mamma! Mamma!». Era una cosa troppo complicata da spiegargli. Ora invece mi vede e poi mi dice: “Mamma, io lo so che se mi concentro tantissimo tu mi puoi sentire anche se sei in tv”. E io gli dico che è vero, che posso sentirlo». Certo che negli anni lei è proprio cambiata. «O forse con il tempo le persone hanno solo meno paura di raccontarsi». Parliamo un po’ di calcio. Chi li vince i Mondiali? «Il Brasile ha quasi l’obbligo di farlo. Ma io sono una folle sognatrice, confido in una sorpresa». Nel 2006 le chiesi di fare un fioretto in caso di vittoria azzurra e lei fu costretta a rivelare per quale squadra facesse il tifo: la Lazio. «Già. Ma la cosa non mi ha mai dato problemi: negli anni sono stata accusata di parteggiare per qualunque squadra a eccezione della Biellese. Sapeste quante volte presidenti e allenatori mi hanno detto: “Lei sarebbe bravissima, se non fosse così smaccatamente faziosa”. Solo che la squadra che indicavano non era mai la stessa. Il mio maestro Gianfranco De Laurentiis me lo dice spesso: se fai arrabbiare tutti sei sulla buona strada…». Una decina di anni fa un allenatore le disse in un’intervista: «Si vede che lei non ha mai giocato a calcio». «E io risposi: “Come la maggior parte dei miei colleghi”». Avete fatto pace? «Sì. Tra noi oggi c’è grande stima. È uno dei migliori allenatori italiani». Ed è ai Mondiali? «Sì». È il commissario tecnico della Russia (Fabio Capello, ndr)? «Non lo dirò mai» (ride). Una mia amica vuol sapere come fa a stare ore in studio con il tacco 12. «Fachirismo». Al momento di andare in stampa non sappiamo ancora se l’Italia si sarà qualificata, ma ce lo fa un fioretto anche per questi Mondiali? «Se l’Italia arriva in fondo vado in onda con il tricolore dipinto sulla faccia». Aumentiamo la posta. Senza tacchi. «Ci sto. Ma per me è come essere nuda». Sorrisi non parla di gossip, ma sembrerei matto a far finta di nulla: in questo momento lei è su tutte le copertine (per la presunta relazione con il portiere della nazionale, fresco di separazione ufficiale, ndr). «Da questo punto di vista è un momento complicato, che mette a dura prova la mia ossessione per la riservatezza. Ma sono le regole del gioco e le accetto senza vittimismi: il mio lavoro mi dà tantissimo, questo è il dazio necessario. In fondo è anche un insegnamento: oltre i tabù, la vita prende pieghe che non ti aspetteresti mai».