Il Peccato e la Vergogna 2, Eva Grimaldi: “Ho superato il mio divorzio grazie a Gabriel Garko”

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Da soubrette vagabonda e ladra di professione a mamma dolcisdisposta a compiere sacrifìcio pur di garantire una vita felice alla piccola Lara. Nella seconda stagione de II peccato e la vergogna, il personaggio di Liliana Pratesi, interpretato da Èva Grimaldi, subisce un ’ evoluzione improvvisa quando decide di prendersi cura della figlia della defunta Elisa Fontamara, uccisa nella prima serie dal perfido Nito Valdi (Gabriel Garko). «Avere un figlio è un diritto» Svestiti i panni eccentrici e superficiali della ballerina poco di buono, Liliana spalanca il suo grande cuore alla bambina, impegnandosi a volerle bene e a proteggerla come fosse davvero sua figlia. L’attrice veronese ha amato profondamente questo ruolo intenso e ricco di umanità che, per qualche magico momento, l’ha fatta sentire madre. Un’emozione solo sfiorata ai tempi del matrimonio con l’imprenditore Fabrizio Ambroso, con il quale avviò le pratiche per adottare un bambino. Tutto si arenò nel 2010, quando la loro relazione s’interruppe ed Èva cadde in una crisi profonda, durante la quale rischiò di entrare nel tunnel dell’alcolismo. Si è risollevata grazie all’aiuto dell’ex I compagno Gabriel Garko e| soprattutto di sua madre che, come sempre, le ha offerto  un sostegno granitico. Adesso, Èva pensa solo al lavoro e ad ampliare le sue prospettive professionali, troppo spesso sacrificate sull’altare dell’amore. Èva, che emozioni ti hai  regalato la “nuova” Liliana Pratesi? «In questa seconda stagione, l’evoluzione del mio personaggio è meravigliosa. Da ballerina un po’ superficiale e tutta paillettes, che truffa il prossimo e si fa chiamare col nome d’arte di “Lily bon bon”, si trasforma in una donna di sani valori e di grandi sentimenti, disposta a tutto per amore della piccola Lara (interpretata dalla giovanissima Alessia Arcopinto, ndr). Le scene che abbiamo girato insieme sono state davvero toccanti, mi hanno fatto venire in mente le atmosfere commoventi de La piccola fiammiferaia. Siamo povere, senza una casa, prive anche del cibo, eppure insieme costituiamo una vera famiglia. In alcuni momenti mi sono talmente calata nella parte, da sentire la bambina come se fosse davvero mia figlia». A proposito di maternità, negli ultimi tempi si sta parlando sempre di più del diritto da parte di coppie omo sessuali di adottare un bambino. Qual è il tuo parere: sei favorevole o contraria? «Favorevole. Sono convinta che tutti debbano avere il diritto di diventare genitori, perché un figlio può “nascere” anche di cuore, non soltanto di pancia. Mi riferisco alle coppie gay, ma anche a quelle eterosessuali meno abbienti, che non si possono permettere di adottare un bambino all’estero o di avviare un percorso per la fecondazione assistita, visti gli alti costi di entrambe le operazioni. Quando ero ancora sposata, anch’io ho avviato le pratiche per adottare un bambino e so quanto sia difficile e faticoso. Avere un figlio deve essere un diritto di tutti, non soltanto degli eterosessuali o delle persone ricche». «Basta ciglia finte, lustrini e tacchi» Dopo la separazione da Ituo marito, l’imprenditore Fabrizio Ambroso, hai passato un momento molto difficile. Come sei riuscita  a superarlo? «Grazie soprattutto a due persone: Gabriel Garko, che ha saputo ascoltarmi quando ho avuto bisogno di confidarmi, e mia madre, la persona che più di tutte è in grado di capirmi. Spesso sottovalutiamo i nostri genitori, pensando erroneamente che non siano in grado di comprendere le nostre emozioni. Invece, sono sempre le prime ad abbracciarci, a offrirci un riparo sicuro e a dimostrarci di essere abbastanza forti per entrambi. Io credo in Dio e sono sicura che se il Signore ha deciso di lasciarla al mio fianco fino all’età di 89 anni  ci deve essere un motivo». In quale modo ti ha aiutata? «Dopo la separazione, è  stata lei a convincermi ad  andare a vivere per un mese in una baraccopoli di Nairobi. Sono partita con l’idea di poter dare una mano alle popolazioni meno fortunate di me, ma alla fine sono state loro ad aiutarmi a sentirmi meglio». Adesso come stai? «Ora sono completamente concentrata sul mio lavoro. Il mio percorso professionale è sempre stato molto disordinato, perché spesso ho anteposto l’amore al lavoro. Adesso, invece, voglio crearmi una carriera solida da qui ai prossimi quindici anni. Basta lustrini, paillettes, tacchi alti e ciglia finte. Voglio aprire i miei orizzonti e abbracciare altre opportunità, teatro compreso. Dai grandi registi e attori con cui ho avuto l’onore di lavorare, da Federico Fellini a Vittorio Gassman solo per citarne due, ho imparato a essere sempre me stessa. E voglio continuare a farlo». Quanto è diffìcile essere se stessi nel mondo dello spettacolo? «Molto, soprattutto per una donna. Per quello che mi riguarda, mi ritengo una persona fortunata, perché alle spalle ho sempre avuto dei genitori fantastici che mi hanno inculcato i valori veri, non quelli fasulli che ti insegnano in televisione o che si leggono sui giornali. Provengo da una famiglia all’antica, di umili benzinai. Non ho potuto studiare, perché non avevamo abbastanza soldi e a Natale i regali me li portava la Caritas. Ma sono cresciuta con tante carezze e tanto amore. Arrivando da una famiglia così, non sarei potuta essere diversa da quella che sono oggi. Il Dna non mente». Nel corso della tua carriera, essere una bella donna è stato più un vantaggio o un ostacolo? «Oggi rappresenta sicuramente una difficoltà in più. Purtroppo, in Italia le persone tendono a etichettarti facilmente come bella e “bona”, senza andare oltre. Mantenersi giovanili sembra sia diventata una colpa. Alla mia età faccio molta fatica a trovare dei ruoli, perché non posso interpretare personaggi troppo giovani, ma neanche troppo in là con gli anni, per via del mio aspetto ancora “fresco”. Io, invece, non chiedo altro che invecchiare e svolgere in pace il mio lavoro».