Il ministro tra rabbia e orgoglio «Nulla da farmi perdonare»

blank By on 3 novembre 2013
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http://antioxlab.com/?p=wright-my-term-paper Qui finalmente si sente al sicuro, sotto l’ala di Marco Pannella nessuno le tenderà agguati, «provo un senso di gratitudine e anche un po’ d’emozione — dice all’arrivo Anna Maria Cancellieri — Vengo a parlare di carceri in un mondo che di carceri sa tutto». Chianciano è campo amico e i radicali italiani, riuniti per il loro dodicesimo congresso, le riservano solo applausi e un’accoglienza festosa («Wla tripolina!» si ode un grido dal fondo), dopo tre giorni passati sulla graticola per il caso Ligresti. «Contro di lei un tentativo di linciaggio — scandisce le parole Pannella — Grossolano quanto immotivato». E il ministro della Giustizia, giacca corallo e pantaloni neri, seduta tra Emma Bonino e Rita Bernardini, decide allora che è il momento di passare al contrattacco. Quella telefonata intercettata («Contate su di me») con la sua amica decennale Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti? Quel sospetto terribile di aver favorito la figlia del patron, Giulia Ligresti, scarcerata dopo soli 43 giorni, rispetto a tutti gli altri 65 mila detenuti italiani? «Quella telefonata io la rifarei — risponde a viso aperto la Cancellieri—Non amo la dietrologia, non so se questo è un attacco al governo oppure contro di me, perché nella mia carriera in effetti ho sciolto un bel numero di comuni per mafia e ho tagliato più volte le gambe a chi rubava, di sicuro qualcuno non mi ama. Martedì pomeriggio, comunque, in Senato e poi alla Camera, risponderò su tutto, perché la mia coscienza è limpida e tranquilla. Dimissioni? Assolutamente no, perché dovrei? Si dimette una persona che ha qualcosa da farsi perdonare. Se invece poi dovessi essere un peso, se il Paese non avesse più bisogno di me, posso anche andarmene via subito». La rabbia e l’orgoglio: «Ma vi ricordate il caso di Marco Biagi? (il giuslavorista ucciso dalle Br dopo che non gli era stata assegnata la scorta richiesta, ndr) È una ferita ancora aperta, mi pare. Ebbene, se Giulia Ligresti si fosse uccisa, e io ero al corrente delle sue condizioni di ragazza anoressica, che non mangiava da una settimana, in pericolo di vita, non sarei stata forse responsabile della sua morte, della morte di una madre con dei bambini? Per me è stato un dovere, un compito d’ufficio. Meglio, una responsabilità politica. Dicono: ma Ligresti era un’amica… E chi se ne frega! Io voglio vivere in un Paese in cui l’onestà intellettuale sia un patrimonio condiviso e in cui, certo, un ministro è tenuto a rispettare le leggi fino in fondo, senza cedimenti, ma che abbia anche il diritto di essere un essere umano». Il ministro a Chianciano si sfoga: «Non ci sono detenuti di serie A e di serie B, i cittadini sono tutti uguali, per me che si chiamino Ligresti, Paperon de’ Paperoni, che siano marocchini, filippini, italiani, non conta nulla. Io ho fatto quella telefonata a quella donna che era rimasta in casa da sola, dopo che le avevano arrestato il marito di 81 anni e tutti i figli insieme in una volta: è stata una telefonata emotiva. Voi pensate che non consolerei forse qualunque altra moglie di un detenuto? Voi dite che le altre mogli non hanno il mio numero, d’accordo, ma sapete quante email, quanti biglietti mi arrivano da parte di detenuti che chiedono aiuto? Ne ho un blocco così! Più di 100 interventi, anzi 110, sono stati fatti in pochi mesi senza che fuori se ne sia saputo niente. Ho incontrato i familiari di Giuseppe Uva, Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi. Noi siamo lì, l’ufficio è sempre pronto, a disposizione…». Sospetti, veleni: si è parlato di un intervento di Salvatore Ligresti presso Silvio Berlusconi per aiutarla in passato, quand’era prefetto. Eppoi è finita sotto i riflettori anche la figura di suo figlio Piergiorgio, ex top manager proprio della Fonsai liquidato con una buonuscita milionaria (3,6 milioni di euro più lo stipendio di un anno, ndr), definito un «protetto» dalla stessa Giulia Ligresti. Tutte accuse che la Cancellieri ora rigetta con sdegno: «Mio figlio Piergiorgio è un ragazzo molto serio e la sua carriera se l’è fatta da solo. Io non sono mai entrata nella sua vita professionale. Aveva un contratto privato che prevedeva quella liquidazione: io che c’entro? E per quanto riguarda me, io la mia strada l’ho fatta solo con le mie forze, domandate ai ministri Mancino, Maroni, Pisanu, Bianco, Amato, ho lavorato da prefetto con tutti loro, chiedete se ho mai avuto un’agevolazione». L’aria è avvelenata: qualcuno ha provato ad avvicinare il suo intervento in favore di Giulia Ligresti perfino alla famosa telefonata del Cavaliere in Questura a Milano per perorare la causa di Ruby Rubacuori, presunta nipote di Mubarak: «Ma quella è un’altra storia — reagisce stizzita il Guardasigilli — Io ho fatto solo il mio dovere: sono il ministro della Giustizia e ogni suicidio per noi è una sconfitta. Eppoi segnalai il problema al Dap, non sono mai intervenuta sui magistrati. Lo ha chiarito anche il procuratore Caselli. Ma scusate: le intercettazioni delle telefonate erano a conoscenza della Procura di Torino. Se ci fosse stato qualcosa di penalmente rilevante, i magistrati avrebbero lasciato correre? Qui non c’è nulla da minimizzare e nulla da nascondere. Questa è la verità». Tra le bandiere del Tibet e della Cecenia, Annamaria Cancellieri ribadisce infine il suo sì convinto all’amnistia e all’indulto («Ma il Parlamento è sovrano…») e prende lo slancio per volare a Strasburgo la prossima settimana a parlare della vergogna del sovraffollamento delle carceri italiane: «Ci andrò a testa alta, perché stiamo lavorando da matti—conclude — In questi mesi, visitando i penitenziari italiani, ho conosciuto il paradiso e l’inferno. Il paradiso del volontariato e l’inferno della sofferenza. Ma entro maggio 2014 avremo 4.500 posti in più, 2 mila in più già entro questo dicembre. Ristruttureremo gli spazi, i detenuti avranno schede telefoniche e collegamenti via Skype per parlare con le famiglie. Tanti sono i progetti in piedi. Perché noi dobbiamo continuare ad essere il Paese di Cesare Beccaria e non il posto dove si tortura la gente».

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