Il dramma di Lory del Santo: “Mi hanno suggerito di aiutare mia madre a morire”

http://pghgrp.com/arithmetic-homework-help/ By on 20 giugno 2014
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how to write a law phd proposal La confessione di un medico anestesista, che ha ammesso di aver aiutato a morire per pietà più di cento pazienti, riporta d’attualità un tema delicato: quello dell’eutanasia. L’argomento ha implicazioni etiche e religiose, ma soprattutto scuote la coscienza delle persone. Inclusa quella di un personaggio dello spettacolo come Lory Del Santo. La madre Clorinda, colpita da un ictus in dicembre, giace immobile in un letto d’ospedale. «Ora lei comunica con gli occhi» «È stata sempre una sorta di grillo parlante, che ha cercato di guidarmi anche con critiche. Ora, quando sono con lei, mi fissa e non dice nulla…», racconta Lory commossa a Nuovo. E, a chi le ha fatto presente che forse sarebbe il caso di aiutarla a morire, lei replica: «Non se ne parla. Chi sono io per spegnere la sua vita?». Anzi, lei immagina un angelo custode speciale accanto alla madre: il piccolo Conor, nato dalla relazione con la rockstar Eric Clapton e scomparso nel 1991, all’età di 5 anni, precipitato dalla finestra di un grattacielo di New York. Il caso di tua madre ti fa riflettere sull’eutanasia? «Penso al grande mistero e alla domanda che tutti ci poniamo: se uno deve ridursi in questo stato, è meglio morire o sopravvivere? Mamma mi fa capire che è stata fortunata a rimanere in vita. Sono d’accordo con la pratica dell’eutanasia solo quando la persona diventa un vegetale; se il problema si riduce esclusivamente all’aspetto fisico, e cioè alla impossibilità di muoversi, allora lasciamola in pace». È vero che, tra i tuoi amici, c’è anche chi ti ha fatto capire che, se fosse peggiorata, sarebbe stato meglio lasciarla morire dolcemente? «C’è anche chi mi ha fatto intendere che tutto dipendeva dal decorso e dalle eventuali complicazioni. In realtà lei capisce tutto: la sua disabilità è solo motoria. Accompagnare verso l’aldilà una persona che non riesce a muoversi o a parlare, ma ha ancora cervello, per me vuol dire ucciderla. La mamma comunica con gli occhi. Bisognerebbe ricorrere all’eutanasia solo quando si ha la certezza clinica che la persona non capisce più ed è incapace di respirare da sola». Quando è cominciato il calvario di tua madre? «Prima di Natale. Doveva arrivare nei giorni di festa, ma mio figlio Devin ha insistito perché venisse due settimane prima. E così è stato. Una sera, mentre stava cucinando, si è sentita male ed è caduta a terra. L’intervento di Devin è stato decisivo, perché le ha salvato la vita: ha chiamato i soccorsi e lei è stata subito portata in ospedale. Da lì, però, è stato un lento declino». «Voleva per me una vita diversa» A che punto è arrivato il declino di tua madre? «Innanzitutto, da allora lei non può più muoversi. È rimasta paralizzata a metà. Capisce tutto, ma non riesce a parlare. E inutile girarci intorno: queste situazioni si abbattono come fulmini sulle nostre vite, ti fanno scendere un gradino per volta verso la fine». Quando la vedi in questo stato, a che cosa pensi? «Lo dico con ironia: penso che, non potendo parlare, almeno non mi rimprovera più. Lei avrebbe voluto per me una vita diversa». La malattia ha messo fine alla vostra “conflittualità”? «Lei mi ha sempre “sculacciato” a parole. L’unica cosa che non mi mancano sono i suoi attacchi. Mia madre non ha mai approvato quello che facevo e che faccio: avrebbe desiderato una figlia che avesse a- vuto un solo uomo nella vita, che facesse le pulizie di casa e che si occupasse, a tempo pieno, dei figli. Io sono andata nella direzione opposta. La fa stare male il fatto di non poter più avere l’ultima parola». Quando siete da sole, occhi negli occhi, che cosa le dici? «Se mi va di dirle che le voglio bene, me lo tengo per me, perché sono orgogliosa come lei. Spesso la guardo e mi chiedo se mi ha davvero perdonato. Penso anche per quale motivo una sul punto di morire non manifesti i suoi sentimenti. Un giorno le ho chiesto: “Quando preferisci che venga a trovarti?”. Lei ha risposto: “Sempre”. È stato il suo modo di dirmi che mi vuole bene». «Per anni ho avuto tanti sensi di colpa» La sofferenza per tua madre ha risvegliato il dolore per la perdita di Conor? «Sì, mi ha fatto sprofondare nel dolore. Per anni ho vissuto con tanti sensi di colpa. Quel mio angelo è andato via per una frazione di secondo. Stavo salendo le scale per entrare nel mio appartamento, quando fui distratta dall’arrivo di un fax. La curiosità mi spinse a tornare indietro. In quel momento si consumava la tragedia. Era il fax di un banale preventivo. La curiosità mi ha fatto perdere mio figlio».

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