I capponi di Matteo meditano vendetta sull’Italicum

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di Fabrizio d’Esposito Isenatori capponi iniziano a votare il loro Natale che è metà luglio ed è l’anniversario della Rivoluzione francese. A Palazzo Madama le luci sono accese anche se è mattinata piena. I tendaggi, antichi e pesanti, sono tirati fino a giù. Non si respira il senso della resistenza all’abbattimento del Senato e del bicameralismo perfetto. Piuttosto rassegnazione e malinconia, se non tristezza. A partire dal presidente dei capponi, Pietro Grasso che preferisce la metafora ferroviaria: “Mi sento come un capotreno che fa salire la gente su un treno in corsa che sta partendo”.

Metafora un po’ bugiarda. Perché per i capponi di Renzi non ci sarà posto sui treni del futuro. Il mancato tweet malevolo di Corradino il frondista Il senatore cappone Corradino Mineo è uno dei frondisti più famosi del Pdr, il Partito democratico renziano. Avanza per il Transatlantico e si piazza nei pressi di un busto glorioso, quello di Giuseppe Garibaldi. Dai Mille dell’eroe dei due mondi ai Mille del premier. Dice Mineo: “Io voglio bene a Matteo, credimi, altrimenti stamattina avrei fatto un tweet malevolo dopo aver ricevuto questo sms”. Segue lettura del messaggino: “Domani sera assemblea dei senatori Pd. Odg: i mille giorni di Renzi”. Ecco il mancato tweet malevolo di Mineo: “Mille giorni sono altri tre anni di indennità per tutti”. Silenzio. Il senatore-giornalista della dinastia dei ribelli Min (Min come Mineo e l’azzurro Minzolini) scuote il capo rassegnato più che arrabbiato. La battuta malevola si riferisce all’ultima ferita inferta da Renzi ai presunti conservatori. “Lo fanno per l’indennità”. Schiaffi su schiaffi da un premier che non ha nemmeno l’età per sedere qui, tra stucchi, luci e ritmi che rimandano a un’Italia ottocentesca. Anche Maria Elena Boschi non ha l’età. Eppure è lei la madrina costituente che traballa su tacchi- trampoli di altezza dodici. Quattro gatti in aula, si muore senza passione La nuova era renziana cambia verso alla Costituzione e l’incipit è un lunedì mattina da deserto dei Tartari. In aula sono “quattro gatti”. Testuale, da un intervento grillino. Ci sono il Movimento 5 Stelle, la Lega e poi tanti vuoti. Un commesso fa la spola tra la buvette e l’aula di Palazzo Madama. 1401865047_verdinirenziAll’andata ha un vassoio con dodici bicchieri di cristallo, vuoti. Al ritorno ha in mano cinque bottiglie d’acqua, vuote. Conclude Mineo: “Sono tutti già rassegnati. Adesso è il momento delle parole in libertà, alla fine questa riforma scritta con i piedi sarà votata. I nominati metteranno il cavallo dove vuole il padrone. Anzi, i due padroni”. Il Senato sembra destinato a morire senza passione, senza enfasi. Pochissimi, per il momento, gli scatti in avanti. Calderoli, con una mano ingessata, si autodefinisce, da relatore di maggioranza, come un “serial killer con una pistola carica”. Riuscirebbe a sparare nelle sue condizioni? Il grillino Nicola Morra cita Alberto Sordi. Per la precisione il marchese del Grillo: “Perché io so’ io e voi nun siete un cazzo”. Destinatario, manco a dirlo, il premier pigliatutto. L’ammissione dei bersaniani: “C’è il rischio autoritario” Si evocano altri sinistri ventenni (plurale di ventennio), dittature e autoritarismi. Tra i capponi c’è chi si emoziona come Doris Lo Moro del Pd: “Esprimo una profonda sensazione, non dico di inadeguatezza ma di emozione per il ruolo che stiamo svolgendo”. Federico Fornaro è un altro cappone del Pd. Bersaniano, non frondista. Sono due categorie diverse. Sostiene: “Non mi sento un tacchino, sono sereno, stiamo attuando un passaggio delicatissimo, la riforma più grande dal ’48. E l’abolizione del Senato faceva già parte del programma dell’Ulivo”. Epperò. Un pericolo c’è. Lo ammette: “Con un Senato di cento persone elette in secondo grado e una Camera di 630 nominati c’è il rischio di una deriva autoritaria”. Parole che, lette in controluce, indicano forse il vero fronte trasversale della resistenza: l’Italicum, cioè la legge elettorale. Malpancisti, contrari, semplicemente non renziani assomigliano a una squadra che ha già perso la prima partita e pensa alla prossima. Perché per evitare una Camera di nominati ci sono solo le preferenze. Di qui i proclami sussurrati di riscosse da attuare nelle prossime settimane. Capponi sì ma fino a un certo punto. Se l’Italicum passa subito, i capponi perdono anche i tre anni di indennità promessi dai mille giorni renziani. La “riforma prostituzionale” e l’appello del Condannato Alle 16 e 40, in aula sta parlando la grillina Blundo. Grida contro la “riforma prostituzionale” e termina con “abominio”. Paolo Naccarato, eterno cossighiano, vaga in Transatlantico. Da poco ha lasciato gli alfaniani di Ncd ed è ritornato tra gli autonomisti di Gal: “Non c’è una totale consapevolezza di essere capponi. Si prende atto che il processo riformatore è ineluttabile. La prima lettura la possiamo dare per scontata”. Ma le altre? “Dipende dalla tempistica e dal merito della legge elettorale”. Tranne un paio di “incidenti” che potrebbero accadere in questa settimana, il fronte bellico che verrà è l’Italicum. Appunto. Sempre che venerdì 18 il processo d’appello per Ruby non ribalti tutto. La citata “riforma prostituzionale” se non altro mette insieme due fattori che s’incrociano. Indovinate quali.