Giulio Scarpati: “Se non avessi fatto l’attore sarei un serial Killer”

È il “ buono” della tv: il Lele di “ Un medico in famiglia” , il preside di “ Fuoriclasse” . «M a nel mestiere di attore ho solo canalizzato la mia follia; altrimenti mi intervistereste a Rebibbia», rivela. E in un libro parla del dolore più grande: « L ’Alzheimer ha “ spento” mia madre. Le parlo, non credo mi ascolti, ma segue il suono della mia voce». E, qui, confidandosi come mai prima, parla della moglie Nora, «che sa dare sapore a ogni giornata»; dei figli, «p e r cui avere un padre famoso non è stato facile», e di un sogno: «N o n vedo l’ora di avere dei nipotini. Ma non glielo dico, se no fanno il contrario»

Giulio Scarpati è un impeccabile insieme cromatico di grigi e azzurri, con tutte le sfumature possibili, tra occhi, barba, capelli, jeans e camicia. Bianchi sono i gigli sul tavolo, fucsia le orchidee alla finestra e ovunque le foto di figli e moglie, centinaia di libri. Nera è Georgina, la cagnolina («Un lascito di mia figlia Lucia…»). Lui, Scarpati, tiene stretto tra le mani Ti ricordi la Casa Rossa? (Mondadori), il suo primo libro, una struggente lettera alla madre Flavia colpita dal morbo di Alzheimer. Un modo per entrare nel buio di ima malattia feroce dove tutto si spegne a poco a poco e per esorcizzarlo. Giulio è un uomo sereno, passato tra i mille dubbi di una scelta difficile, raccontare Firraccontabilità del dolore. Il libro è l’atto d’amore di un figlio molto presente alla madre sempre più assente, ima donna importante, ma anche Firnmersione felice in una storia di famiglia. Che cosa ti ha spinto a scriverlo? «Mi chiedevano di scrivere qualcosa, ma non avevo niente da dire. Adesso l’avevo, ma non sapevo se ero in grado di farlo. Mi sono detto: ci provo». Sei partito dai luoghi dell’infanzia, la casa rossa, dal Cilento. «Un mondo arcaico e mitico per noi figli e per mia madre, ambientalista intransigente. Vivevamo lì quattro mesi come selvaggi, scalzi». Recuperando la memoria e il passato di tua madre hai recuperato la tua memoria e il tuo passato. «Il Giulio dell’infanzia, quello buono, biondo, dagli occhi azzurri, e quello pazzo, fuori di testa». Il Giulio fuori di testa. «Quello che volteggiava su un’altalena a strapiombo sul vuoto. Quello stregato dal Celentano del rock and roll che, per imitarlo, si è preso cinque punti in testa. Quello che avrebbe voluto fare il chimico o il macellaio». Il macellaio? «Mi piaceva squartare pesci, polipi o pezzi di bue a scuola». Un mostro in potenza. L’occhio gelido del killer ce l’hai. «Se non avessi canalizzato la mia follia facendo l’attore, oggi probabilmente m’intervistavi come serial killer a Rebibbia». Raccontami del Giulio buono. «Buono e secchione. Quello del fiocco impeccabile che studia e dà sempre ragione alla mamma». Di sicuro, non sei stato melenso e oleografico nel raccontarla. «Lei era così, una donna forte. Non volevo mettere tutto in bella copia. Volevo essere sincero». L’Alzeihmer, malattia che più crudele non si può. «All’inizio ho rifiutato la malattia. Poi mi sono dato a esperimenti empirici. Mettevo le cuffiette dell’iPod nelle orecchie di mamma con le canzoni di Muralo, le sue preferite. All’inizio sembrava funzionasse. Sorrideva. Poi non ha più voluto ascoltare niente. Come se avesse spento l’interruttore». E tu? «Le parlo. Le racconto storie del nostro passato». Lei? «Non credo che lei ascolti quello che dico, ma credo che il suono della mia voce qualcosa le comunichi. Lo intuisco da impercettibili cambi d’espressione. Ricordo il suo sopracciglio come s’inarcava quando mi presentavo con una fidanzata che non le piaceva». Una malattia molto aggressiva… «Con risvolti anche comici, come quando mia madre per un periodo ha buttato fuori di casa mio padre. Separarsi a ottant’anni…». Di cosa sei debitore a tua madre? «Dell’imprinting che viene dal suo ceppo svizzero. La tenacia nelle difficoltà della vita». Ti è servita questa tenacia? «A ll’inizio della mia storia d’attore. Quando ero senza una lira, non arrivavano le scritture e io ripartivo con i miei giri e i miei tentativi». A teatro con Oscura immensità. «Uno spettacolo sul tema molto complesso del perdono. Mia moglie e mio figlio sono stati ammazzati e l’assassino mi chiede di perdonarlo». Si può e si deve perdonare? «C ’è il recupero del detenuto, ma deve esserci anche quello dei parenti della vittima. Della loro possibilità di superare il dolore, la rabbia. Il perdono viene, eventualmente, dopo». Hai fatto cinema, teatro e televisione. Dovendo scegliere? «Scelgo personaggi che mi hanno coinvolto. Come Rosario Livatino, il giudice ragazzino ucciso dalla mafia. Commovente l’incontro con i genitori. Il padre mi si è buttato addosso, piangeva come un vitello. 0 don Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas». La gente non ha dubbi: tu sei Lele Martini, il medico in famiglia. «Una popolarità improvvisa e sconvolgente. Un grande affetto, bello e difficile da gestire in famiglia. Con i miei figli non potevo fare niente in quel periodo e loro soffrivano». Hai deciso di appenderlo al chiodo, il tuo Lele. «Si è esaurito il racconto, sono venute meno le potenzialità del personaggio. La storia dovrebbe prendere una piega completamente inedita. Non lo escludo, ma sarà molto difficile». Il tuo rapporto con la malattia. «Sono tendenzialmente ipocondriaco. Ma, per noi attori, comprare la medicina è come averla presa». La passione politica? «Rimane quella degli anni giovanili. Cerco di darmi da fare anche come presidente del sindacato degli attori. Le difficoltà sono enormi. L’industria culturale dovrebbe essere la prima in Italia, ma come fai a programmare se i ministri cambiano a ripetizione?». Ti convince Renzi? «Ci vuole una forza nuova, dirompente. Il cambiamento è più che necessario. Non so se lui sia in grado di farlo, mi sembra uno capace, ma da solo non potrà fare nulla». Siamo un Paese che sale volentieri sui carri vincenti… «Ma che ti molla volentieri una coltellata al primo cambio di vento». Hai mai pensato potesse essere Beppe Grillo la forza dirompente? «Mai. Il Movimento 5 Stelle ha buone ragioni ma una forma di comunicazione antica. Uno che comanda e tutti gli altri dietro. Non mi piace». Hai con tua moglie una scuola di recitazione e di arti varie. Che si prova a insegnare nel deserto? «Il fatto che non ci siano sbocchi non deve diventare un alibi. Stiamo togliendo il sogno ai nostri ragazzi». Nel libro definisci tua moglie Nora “il sale della vita”. «È uno stimolo costante. Il sapore che condisce la mia vita di ogni giorno. Una donna viva e forte che mi coinvolge, oltre il rapporto d’amore ». Cosa vi tiene insieme? «Tante cose. A cominciare dal fatto che lavoriamo nello stesso ambiente, lei regista e sceneggiatrice, io attore. L’amore per l’arte». Rapporto blindato? «Senza dare mai niente per scontato. Mai pensare che la persona che è lì ci starà per sempre. Se sta lì è perché sceglie ogni giorno di starci». Come ti vedi nel tempo? «Mi piace l’idea di rincoglionirmi. Quella storditezza felice della senilità. L’idea che finalmente puoi uscire dalla competizione, fare quello che ti pare. Pensare che posso fregare a carte i miei nipotini, rubargli il settebello». Scarpati vuole diventare nonno? «Puoi giurarci. Aspetto con ansia che arrivino questi nipotini, di giocare con loro. Ma non lo dico ai miei figli, altrimenti fanno il contrario». Dimmi dei tuoi due figli. «Edoardo di venticinque anni, Lucia di diciannove. Hanno preso strade diverse dalla mia. Un po’ mi è dispiaciuto, ma quello che alla fine conta è la loro felicità. Penso anche che avere in casa un padre famoso attore sia pesante e faticoso da sostenere». Nella vita non esiste il lieto fine. «Ma c’è il modo di renderlo meno doloroso. Sto studiando un’iniziativa con mia moglie, creare delle case di cura per anziani che non siano rifugi asettici. Ho tanti amici medici disponibili a dare un giorno al mese gratuitamente per un’iniziativa del genere». Tornare ai racconti dei vecchi. «E invece nessuno vuole più invecchiare. Continuiamo a rifarci e a tirarci tutti, uomini inclusi. Vedo tante maschere di carnevale in giro».