Giulio Cavalli e Miriana Trevisan: Il nostro amore mi salva dalla mafia

Lei showgirl, lui attore impegnato. Si amano da un anno: « E ci siamo salvati a vicenda». «Perché la mafia mi vuole morto, ma non da eroe né da vip. La notorietà di Miriana mi protegge», dice lui. E lei: «Grazie a Giulio ho superato difficili problemi di salute» Una pistola P 38 carica, sul portone di casa. L’hanno trovata qualche mattina fa Miriana Trevisan e il suo compagno, da un anno, Giulio Cavalli: «Il nostro è un amore che letteralmente salva la vita», spiega lui. Perché Giulio, attore, regista, scrittore, dal 2007 vive sotto scorta. Alla criminalità non piace il suo teatro sugli “affari loro”. «La notorietà di Miriana mi protegge. La mafia non vuole omicidi che fanno rumore», spiega lucido. Miriana, come ha trovato Giulio? «Mentre, per cinque mesi, entravo e uscivo dagli ospedali per un problema all’utero, leggevo i suoi libri. L’ho sempre detto, io, che i libri sono tesori! L’ho contattato su Twitter, ci siamo sentiti, conosciuti… Vivevamo entrambi un momento difficile: la malattia, la fine dei nostri matrimoni. Lui anche le minacce, la scorta. Confrontarci è stato terapeutico. E unire le nostre vite è stata ima scelta di verità. Ma è lui quello bravo con le parole, raccontala tu, amore, la nostra storia». Sì, Giulio, ci spieghi lei. Sembrate due mondi opposti. Cosa vi ha unito? «Il dolore. All’inizio, su Twitter, lei mi chiedeva spiegazioni sul mio libro L’innocenza di Giulio (dove Giulio non sono io ma è Andreotti). Ma Miriana è ima creatura meravigliosa e curiosa, con la quale è facile parlare di tutto. Abbiamo scoperto che entrambi stavamo soffrendo molto. Io ero anche sotto tensione. Ero consigliere regionale in Lombardia quando scoppiò il caso dei legami tra ’ndrangheta e alcuni assessori. E le cosche di cui si parlava, erano le stesse che volevano fare fuori me. Quando vivi nel dolore sei senza filtri, sei più vero, porti tutto te stesso in un rapporto. A poco a poco ci siamo scoperti non solo utili l’uno all’altra, ma anche indispensabili. Ci siamo salvati a vicenda. Lei mi ha aperto alla vita normale, dove non esiste solo la paura. Ma anche il sorriso, le piccole cose. Come comprare mutande per i figli». Quanti in tutto? «I miei tre di 8,6 e 3 anni. E in mezzo il suo di 5. Tutti maschi. Siamo un’allegra e disordinata brigata. In una delle nostre prime uscite siamo andati in un centro commerciale a comprare mutande e calze per i nostri figli. “Sono tutti vostri?”, fa con sgomento la commessa». Giulio, da quando è sotto scorta? «Dal 2007. Io faccio un lavoro particolare. Sono un politico non politico, uno scrittore non scrittore, un attore ma anche regista. Mi sono trovato con la parlantina dell’attore, a raccontare storie di mafia. Nel 2007, insieme con Rosario Crocetta, ora governatore della Sicilia, ci venne l’idea di riprendere la lezione di Peppino Impastato, l’uomo che fu ucciso perché per radio si prendeva gioco dei boss. Così ci inventammo uno spettacolo teatrale in cui sfottevamo Bernardo Provenzano. Era il periodo della sua cattura dopo anni di latitanza. E nel covo era saltato fuori di tutto, persino le videocassette dei Puffi. A poco a poco ho imparato che la commedia è il miglior strumento antiracket: raccontare la mafia con la cialtroneria di un Arlecchino la rende meno temibile. E così la indebolisce». Quando ha capito di essere un bersaglio? «Non ho il ricordo di un momento preciso. Non è che un bel giorno sbatti contro la paura. È una lenta presa di coscienza. Arrivano lettere anonime, alllnizio non ci dai importanza. Ti trovi una bara disegnata sui muri del teatro. Qualcuno sminuisce: “Saranno stati dei bambini”. Ma i bambini non disegnano bare. A poco a poco i carabinieri raccolgono riscontri, alle minacce fa eco il racconto dei pentiti che qualcuno mi vuole morto». Chi la vuole morto? La cosca dei Rinzivillo per esempio, di cui ho spesso raccontato gli affari sporchi. Perché poi io mi sono messo a studiare. Io sono di Lodi, quella delle mafie per me era una realtà lontanissima. Presto ho scoperto che già da tempo la mafia è una questione di tutti noi italiani. E allora ho voluto sempre di più andare a fondo. Così ogni giorno studio, scrivo, parlo di criminalità. E m’imbruttisco. E siccome poi a me non piace delegare agli altri, mi sono messo anche a fare politica per affrontare questi problemi. Che sono di tutti. Lo dimostra il fatto che io, attore di teatro, vivo sotto scorta». Ha paura per i suoi figli? «Quando studi, capisci le loro regole, sai cosa temere. I bambini non sono un obiettivo, tranne i figli delle cosche stesse. Non per chissà quale codice deontologico, ma perché uccidere un bambino farebbe rumore. E loro non vogliono né rumore, né creare eroi. I pentiti sono chiari. Io devo morire, ma deve apparire un banale incidente stradale». Le ultime minacce? «Per dirne una, il marito di Lea Garofalo, Carlo Cosco, ha urlato la mia condanna mentre era sotto processo per l’omicidio della moglie. Il fatto che siano minacce reali lo dimostra che parla di me Luigi Bonaventura, uno che ha scelto di “pentirsi”. Non ha iniziato a parlare dopo, perché è stato arrestato. Ma si è fatto arrestare da incensurato, perché è più al sicuro così». La lezione antimafia da imparare? «Ho capito che le mafie vincono fin quando se ne parla in modo intellettualistico. Sono orgoglioso di avere ricevuto il premio Pippo Fava, il giornalista ammazzato dalla mafia nel 1984. Lui è stato uno degli ultimi anelli di congiunzione tra la magistratura e la coscienza civile. La forza di un Arlecchino come me è che non parlo da specialista. Io avrò vinto quando anche mia nonna Iole capirà che se un bar cambia gestione e ha più clienti di prima c’è qualcosa sotto». Tornerà alla politica? «No, rischio di diventare autistico. Ho bisogno di ossigeno. Ma se una donna come Miriana si è scelta un uomo antipatico, borbottante e con tre figli come me, vuol dire che quanto meno sono bravo come comunicatore». Come Roberto Saviano? «Con tutto il rispetto, io, come lui, rischiamo di sembrare monomaniaci, di parlarci addosso. Bisogna mischiare le carte, confondere i generi. Il comunicatore più efficace? Non ho dubbi: Papa Francesco».