Giorgio Faletti: A divertito e commosso gli Italiani per 30 anni

masters thesis vs phd thesis By on 9 luglio 2014
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http://softwaretopspot.com/product/video-copilot-pro-shaders-pack-mac/ Una domenica d’inverno di tre anni fa, una di quelle giornate in cui il cielo sopra Milano prende il colore dell’acciaio di una padella antiaderente. Squilla il mio cellulare. Sul display leggo: «Giorgio Faletti». Tasto verde. «Ciao Giorgio». «Senti ragazzo, ma davvero anche a te piace Francis Cabrei? Sai che siamo soltanto noi, in Italia?». Senza neanche ciao. Per l’urgenza pura della scoperta. «Era una mia vecchia passione. Anni Settanta», balbetto. «Io ho ancora i suoi ellepi. È incredibile, Francis Cabrel…». Sì, è incredibile come cominciata la mia amicizia, breve, adulta, con il più grande scrittore italiano (copyright: il critico del Corriere Antonio D’Orrico), con l’uomo che se voleva gli riusciva tutto, anche di fare il lampadario (copyright: Antonio Ricci), con l’artista più eclettico, rinascimentale si sarebbe detto in altri tempi, che l’Italia di oggi abbia avuto. L’astigiano Faletti è stato tutto: letterato, pittore, musicista, cantante, attore, pilota d’auto e di moto, cabarettista. Soprattutto è stato un uomo di grandissimo spessore, che mi ha concesso quella mattina d’inverno d’entrare per la prima volta dentro la sua cerchia d’amici. Mi ha cooptato grazie a quell’amore condiviso per un cantautore francese oggi del tutto dimenticato che scrisse canzoni poderose, d’amore tenero. Quarantanni dopo quelle canzoni, Faletti era lo scrittore italiano più venduto e più tradotto, un autore che ha strappato l’applauso persino di Jeffery Deaver, e io invece dirigevo il settimanale del Corriere e mi accingevo a debuttare, tardivamente, come romanziere. Gli avevo mandato il dattiloscritto del mio primo lavoro con la speranza che lo leggesse. Non solo lo lesse (e lì scoprì l’amore comune per Cabrei), ma accettò pure di tenermi a battesimo, presentandolo in pubblico insieme con Camilla Baresani, Cristiana Capotondi e Luca Argenterò. Un atto di generosità che la dice lunga su che tipo fosse Giorgio e sul cratere affettivo che, di conseguenza, lascia tra di noi la sua perdita. Meno di un anno fa lo chiamai chiedendogli se aveva tempo per una breve intervista: si avvicinava il trentesimo anniversario della nascita di Drive In e il parere di Vito Catozzo era secondo me decisivo. Mi disse di andare di corsa, che non lo disturbavo. «Al massimo ci vediamo un po’ di calcio insieme». Lo raggiunsi ad Asti e lo trovai in maglietta del Knicks e pantaloncini corti, molto corti. Stava guardando su Sky un po’ di calcio estivo minore. Sua moglie Roberta era di là, che lavorava al computer: mi fece molta festa, trattandomi come uno di famiglia. Dopo l’intervista, andammo a chiacchierare nel suo studio che era in fondo a un corridoio dove teneva allineate una decina di chitarre elettriche. «Per ora mi piace soltanto scrivere musica», mi confessò, «però i conti li pago con i libri. Quindi mi sa che devo rimettermi a scrivere». Era uscito da poco il suo strepitoso Tre atti e due tempi, un romanzo di cui a Milano, un giorno, m’aveva detto: «È la prima volta che, scrivendo, ci metto dentro un po’ di me, ammaccato dalla vita come sono». Alla vita Giorgio Faletti le ha date, eccome. Ma le ha anche prese. Un ictus poco dopo l’uscita di Io uccido, gli anni di silenzio, le stroncature della critica più codina che non poteva sopportare l’idea di un Vito Catozzo seduto allo stesso tavolo dei Grisham, dei Ludlum, degli Harris. Ma Giorgio andava dritto non per la sua strada, ma per le sue mille strade. Seguendole tutte. Dietro un’immensa scrivania, in quello studio di Asti, c era un’altrettanto immensa libreria piena solo delle traduzioni dei suoi romanzi in venti-trenta-quaranta lingue. Me ne mostrò alcune davvero incomprensibili: negli occhi aveva la gioia di un ragazzo. Poi guardammo le riproduzioni dei suoi quadri. Infine mi portò in cucina dove bevemmo acqua minerale a litri. Fu un pomeriggio bellissimo, familiare, segnato dalle battute di Giorgio e dalla dolcezza di Roberta. Tornai a Milano sapendo di lasciare dietro di me, in quell’attico grande e sobrio che s’affacciava sul centro storico di Asti, un amico dell’età adulta. Un amico che, un anno prima, dopo mesi che non ci sentivamo, mi aveva chiamato dall’aeroporto di Valencia per raccontarmi di una cozza che l’aveva avvelenato, della conseguente notte d’inferno, del malessere «talmente grande che pensavo di morire», descrivendo se stesso svenuto, ferito per terra nella camera d’albergo. «Altro che i miei romanzi! Il mio sangue era dappertutto, scoagulato come sono…». E giù risate. Ultimamente ceravamo scritti durante il suo soggiorno americano, a Los Angeles, dove i medici hanno tentato di combattere la malattia. Una decina di giorni fa, a sera, mi aveva telefonato. Io stavo guardando una partita del Mondiale e non mi sono accorto del telefono che squillava. Mezz’ora dopo ho visto «chiamata persa, Giorgio Faletti». Ho guardato l’orologio: le 21.45. Ho ritelefonato e ha risposto un’amica di Roberta che mi ha detto che Giorgio era debole ed era andato di là a riposare. Non ho più avuto il coraggio di chiamarlo. E non saprò mai che cosa voleva dirmi. Giorgio se ne andato il 4 luglio, in ospedale a Torino, portato via dal cancro. Aveva 63 anni e ancora milioni di cose da dire, da scrivere, da dipingere, da suonare. Non le leggeremo, non le guarderemo, non le ascolteremo. Ci mancherai e basta, amico caro. Tu e i tuoi bellissimi occhi azzurri spalancati sul mondo in cerca di una parola, di un sorriso, di una verità.

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