Fuga da Gaza Hamas: “Non lasciate le case”

Cattura

di Cosimo Caridi Striscia di Gaza Un paio di cuscini e poche coperte, Mahmoud non ha caricato altro sul retro della sua moto. Moglie e due figlie si sono strette sulla sella. Non era ancora l’alba, stavano per consumare la colazione prima del lungo digiuno del Ramadan. “I vicini ci hanno bussato, hanno detto di scappare, gli israeliani stavano arrivando. Non abbiamo fatto in tempo a prendere nulla, nemmeno le scarpe delle bambine”. L’Unwra, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi, ha aperto le scuole per accogliere i nuovi profughi. In principio quattro, poi otto strutture. Il rovente sole di luglio non fa in tempo a scaldare le pietre bianche che gli edifici sono già pieni. A una prima conta almeno in 4 mila hanno abbandonato le loro abitazioni per essere accolti dalle Nazioni Unite. Ma questa è solo una piccola parte, molti altri hanno preferito andare a casa di parenti al centro della Striscia. In questo contesto le parole di papa Francesco – fautore della preghiera di pace in Vaticano nel giugno scorso con Abu Mazen e Simon CatturaPeres – rivolte ieri durante l’Angelus non sembrano sortire effetti: è stato “un accorato appello” quello di Bergoglio che ha esortato “le parti e tutti quanti hanno responsabilità politiche in Terrasanta “a non risparmiare la preghiera e a non risparmiare alcuno sforzo per fare cessare ogni ostilità”. A metà mattinata viene diffuso un volantino dell’Idf (esercito israeliano) in cui sono indicate specifiche aree nel nord della Striscia che verranno attaccate. “I civili hanno tempo di allontanarsi entro mezzogiorno. Chiunque trascuri le istruzioni dell’esercito metterà la vita di se stesso e della sua famiglia a rischio. Attenzione. L’operazione dell’esercito sarà breve”. Un ultimatum a cui Hamas risponde immediatamente in modo opposto con questo invito: “Non lasciate le vostre case”. Intanto si contano gli attacchi e i morti, 21, della notte precedente. Il raid israeliano più micidiale è stato contro una moschea: in 16 hanno perso la vita e i feriti sono almeno 50. A fine giornata il bilancio si aggraverà ancora: 183, secondo il ministero della Salute di Gaza. Nella crisi del novembre 2012 i palestinesi uccisi furono 171. I bambini sciamano per il cortile della scuola dell’Unwra di Nasser, pochi di loro hanno capito cosa sta succedendo. Ma Akram, sette anni e gli occhi azzurri, ha un piano: “Mettiamo questi banchi davanti all’ingresso così nessuno potrà entrare, nemmeno i soldati”. LA SUA FAMIGLIA si è sistemata in una classe al primo piano, oltre venti persone, la quasi totalità sotto i quindici anni. Per terra qualche stuoia e in un angolo una pentola che bolle. “Perché il presidente Abu Mazen non si decide a dire qualcosa, a fare qualcosa” urla il fratello maggiore di Akram, con la rabbia che solo un adolescente sa esprimere. Intanto fuori dalla scuola continuano ad arrivare famiglie alla ricerca di un posto dove sistemarsi. Passano le 12 e tutti si aspettano l’inizio di bombardamenti israeliani, che però non arrivano. Hamas tenta quindi di scongiurare la fuga collettiva dalle zone periferiche e per bocca di un suo portavoce dichiara: “Gli abitanti di Gaza non devono ascoltare gli ordini d’Israele di abbandonare le loro case. Ci devono restare. Questa è una guerra psicologica”. A fine giornata sono oltre 10 mila i gazawi in fuga verso aree più sicure a centro della Striscia. L’esercito israeliano dovrebbe colpire le zone a nord, dalle quali partono i razzi che il movimento islamico lancia contro Tel Aviv e Gerusalemme. L’AVIAZIONE vorrebbe bonificare le aree per evitare di cadere in trappole preparate da Hamas, il passo successivo sarebbe l’invasione via terra che in realtà è già iniziata con azioni specifiche condotte da truppe d’elitè, per riuscire a colpire la dirigenza del movimento islamico. I leader di Hamas sono nascosti da tempo e cambiano con frequenza i loro rifugi. Gli attacchi aerei si basano su informazioni precise, ma sovente non riescono a colpire come previsto. Sono i civili, più spesso, a cadere al posto dei miliziani di Hamas. “Questa è casa mia e non me ne vado. Se devo morire preferisco farlo qui”. Sono in pochi a restare a Beit Lahia, ma Adnan non ha intenzione di muoversi. “La mia famiglia è dovuta scappare nel ’48, dopo la creazione di Israele. I miei genitori erano ancora bambini e vennero a vivere qui. Ma io sono un adulto e non voglio scappare né dalle bombe, né dall’esercito e ancor meno dalle bombe dell’esercito israeliano”.