Francesca Pascale, “Cosi ho conquistato Silvio Berlusconi”

In privato lo chiamo Amore o B., a lui B. non piace, quindi da un po’ lo chiamo solo Amore. In pubblico, presidente». Comincia così, con questa prima confessione intima, il capitolo del nuovo libro di Bruno Vespa (Italiani volta gabbana, Rai-Eri e Mondadori, nelle librerie dal 6 novembre) dedicato a Francesca Pascale, la compagna di Silvio Berlusconi. Un lungo racconto di come questa ragazza napoletana ha conquistato il cuore dell’uomo che per ventanni ha segnato la politica italiana. Eccone, in anteprima esclusiva, alcuni brani. Mio padre era dipendente della Kodak, ma per arrotondare lo stipendio faceva il fotografo ai matrimoni, che a Napoli rendono molto. Foto dopo foto, ci siamo comperati due casette. Mia madre era l’angelo della casa. Quando se ne è andata lei, nel 2007, la famiglia ha ceduto. Io ho sempre avuto un rapporto difficile con mio padre. Ho due sorelle, io sono l’ultima, nata 11 anni dopo la prima. Ho studiato al liceo artistico, poi ho frequentato un anno di scienze politiche alla Federico II, piena di comunisti. Ho cambiato università e mi sono laureata in Scienze della comunicazione al Suor Orsola Benincasa.

Ho guadagnato i primi soldi reggendo il flash a mio padre e arrotolando lo scotch che serviva per incollare le foto grandi sugli album matrimoniali, poi facendo la cameriera in pizzeria, poi la soubrette televisiva perché sono sempre stata vanitosa. Telecafone era una specie di Zelig alla napoletana: prendendo in giro i napoletani che mangiavano il gelato Calippo in piazza, ci conquistammo una grande popolarità. Mio padre è stato sempre fascista e maschilista, mia madre era craxiana ed è stata la prima berlusconiana della famiglia. Nel ’94 mio padre ha votato per la destra, mia madre per Berlusconi: «Ha fatto Milano 2, ha fatto la televisione privata, diceva, farà anche il bene dell’Italia». Io avevo nove anni e sono cresciuta a pane e Canale 5: guardavo i Puffi, Mike e i Vianello. Ma non sono stata mai milanista e non lo sarò mai. Il Napoli, per sempre, anche se questo mi costa un sacco di litigate con B. Ero ancora una ragazzina quando mi sono messa in testa di conoscerlo.

Ho iniziato ad amarlo in maniera ossessiva. Mio padre lo criticava da destra, mia madre lo ammirava. Io dicevo: è proprio un bel figo. E lei: ma che dici, è sposato e potrebbe essere tuo padre. Piano piano cominciai pascalead avvicinarmi a Forza Italia. Facevo attivismo politico a scuola contro le occupazioni. Ma quello era anche il mio periodo dark, mi vestivo da punk bestia, da rocketta- ra hard (mi cambiavo fuori casa perché mio padre mi avrebbe linciato). Adoravo Piero Pelù: mia madre scrisse a Raffaella Carrà perché me lo facesse incontrare a Carramba. Pelù ci andò, ma al posto mio incontrò una ragazza di Firenze. Era già cominciata l’egemonia fiorentina che dura tuttora… A 17 anni incontrai Antonio Martusciel- lo, coordinatore di Forza Italia a Napoli, a 21, nel 2006, fondai con altri ragazzi il club “Silvio ci manchi”. Seguivamo il presidente dappertutto. Eravamo un centinaio, ma noi scatenati soltanto una decina. Dovunque lui facesse un comizio, noi Ceravamo con le magliette, i cappellini e le bandiere. Io scavalcavo ogni transenna per dargli la mano. Fino a quando, il 5 ottobre 2006 alle 13.50, arrivò la grande occasione. Con altre quattro pazze di “Silvio ci manchi” eravamo a Roma per un documentario di Al Jazeera su giovani e politica quando ci dissero che lui aveva una riunione al Duke Hotel dei Parioli. Ci precipitammo lì e arrivò lui: era davvero affascinante.

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