Fermata la privatizzazione Tornano i bus aGenova

http://katha-athvan.com/?q=research-paper-on-copyright By on 24 novembre 2013

http://awwadco.com/?p=phd-thesis-content-management-system Soddisfatto e graffiante, il governatore Claudio Burlando l’ha voluta dire in genovese: «U purpu u l’è cottu». Il polpo, animale dalla bollitura lenta, è cotto, come diceva lo storico leader dei camalli Paride Batini. Dopo cinque giorni di lotta, di blocchi e di trattative è infatti arrivato il soffertissimo accordo fra Regione, Comune e sindacati che ha liberato Genova dalla paralisi dei trasporti pubblici. I tranvieri scesi in piazza per dire no alla privatizzazione con una virulenta protesta culminata nell’assedio ai palazzi del potere, sono tornati alla guida degli autobus e il capoluogo ligure sta lentamente tornando alla normalità. Tre le concessioni, articolate in undici punti: nessuna privatizzazione, almeno per il momento; 380 nuovi mezzi (200 solo a Genova)che la Regione finanzierà con 85 milioni di euro; subappalti di alcune linee ai autobus considerate poco redditizie, come quelle collinari, ma senza toccare le retribuzioni fisse e variabili dei dipendenti e l’orario di lavoro. Un pacchetto sufficiente a far vacillare la lunga protesta che minacciava di assumere proporzioni nazionali e che ha spaccato in due il popolo dei tranvieri. Nella sala portuale della Chiamata, il luogo simbolo di tutte le grandi battaglie operaie genovesi, proprio sotto gli occhi di quel Paride Batini citato con coraggio da Burlando e che qui giganteggia sulla parete, ieri è volato di tutto: banchi, sedie, insulti, spintoni. Un’infuocata assemblea, un migliaio di autisti e dipendenti dei trasporti che hanno finito per scontrarsi soprattutto sulle modalità scelte per il voto dal leader della lotta, Andrea Gatto, il segretario del sindacato autonomo Faisa- Cisal. Nessuna scheda, nessuna urna, nessuna alzata di mano. «Ci hanno detto a destra chi approva, a sinistra chi è contrario e mentre molti stavano passando dalla parte del no, Gatto ha deciso che avevano vinto i sì», si agitava Giovanni Calvo della Cisl. E con lui quelli dell’Orsa Tpl, l’ala dura dei cinque giorni di Genova. «Venduti!». «Votazione pilotata!». «Si doveva andare nelle rimesse». «Gatto coniglio!». Rabbia per la forma (forse si farà un referendum confermativo) ma anche per la sostanza dell’intesa. «Nel 2015 questi ci asfaltano, altro che», è convinto Marco Marsano, autista da dieci anni, uno dei capi del sindacato Orsa Tpl creato due mesi fa. Per Gianluca Dallaturca e Andrea Papale, due giovani autisti, «la soppressione delle linee è il primo passo verso i tagli all’occupazione e i primi a saltare saranno i contratti di formazione lavoro». Poco più in là, si aggirava silenzioso Marco Done, segretario generale della Uil trasporti della Liguria. Lui ha detto sì: «Mi sembra un buon accordo: non privatizzano, ricapitalizzano e non intervengono sul salario diretto e indiretto…». Il sindaco di Genova Marco Doria, voce della sinistra, ha cercato di tranquillizzare tutti: «L’Amt rimane pubblica e questo significa che l’azionista unico sarà il Comune al 100%. Non scaricheremo sui privati i complessi problemi dell’azienda ». Eppure il Pd, partito cardine della sua giunta, aveva più volte ribadito in questi giorni che «la strada maestra è la privatizzazione». Ad arroventare il clima, una busta con un proiettile calibro 45 e una lettera indirizzata al presidente dell’Amt, Lino Ravera: «Tagliamo te e i super manager. Saluti anche a B. e M. Ladro». La procura ha aperto un’inchiesta per minacce aggravate, mentre i tranvieri si sono subito dissociati: «Noi non facciamo queste cose, siamo quelli della Resistenza e delle lotte operaie». Nella sala dei camalli si spengono le luci. L’ultimo a uscire è Marco dell’Orsa che continua a scuotere la testa: «È una sconfitta. E ora ti saluto che devo tornare al lavoro».

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