Fenomeno Zalone: «Sole a catinelle» incassa ottomilioni in due giorni L’attore: cerco solo di far ridere,ma non sono Totò

«Oggi spero di fare meno incassi, così siamo tutti più tranquilli». Checco dei record esorcizza il successo con una battuta. L’altro ieri Sole a catinelle di Gennaro Nunziante con Checco Zalone ha fatto 5 milioni e mezzo di incassi, è il più alto risultato giornaliero nella storia del cinema. In due giorni è a quota 8 milioni. «Al Sud per il nostro film hanno riaperto sale polverose e assunto altro personale. È il cinema che scavalla la crisi, c’è bisogno di scoprire talenti nuovi. Aumenteremo le 1.250 copie», dice Pietro Valsecchi, «sui primi dati avevo due scommesse con Checco: dovrò pagargli una vacanza e un pianoforte. È anche un signor musicista, se lo merita». Giampaolo Letta (per Medusa, che distribuisce il film), esprime «grande felicità, Zalone ancora una volta fa centro e regala un sorriso in un momento delicato». Checco, perché è preoccupato? «Perché invece di gioire mamma è terrorizzata, dice che mi rapiscono la bambina. Se non è successo ai figli di Valsecchi, perché dovrebbe succedere a me? È già partito per l’Oman, starà contrattando il petrolio». Gli altri due suoi film, «Cado dalle nubi» e «Che bella giornata», hanno incassato 15 e 45 milioni (il più alto risultato in Italia di sempre); disse che si era arricchito solo il suo produttore, stavolta è stato più accorto? «Un po’ sì, non posso negarlo, ho una piccola percentuale sul botteghino che però spenderò in buona parte, ho comprato casa e la sto ristrutturando. Nel primo film ero istintivo e toccavo temi stimolanti, l’omosessualità, il leghismo che ancora esisteva. Nel secondo avevo una paura terribile e secondo me c’era il freno a mano sulla comicità. Questo è il più riuscito ». Lei prende di petto mestieri e categorie al riparo dagli sberleffi, i maestri di yoga, gli psicologi, Che Guevara e il cheguevarismo. «Non siamo stati i primi, forse abbiamotrovato un modo nuovo, che non punta il dito. Più nuovo è il tema dell’eutanazia, l’eutanasia della parente come esigenza di risparmiare energia, una zia che vuole staccare la spina non perché soffre ma perché spende. Quello di cui vado orgoglioso è che quando prendiamo in giro non alziamo mai il dito moralizzatore, il cinema aveva bisogno di leggerezza». Contento delle critiche? «C’è chi ha scritto cose belle e costruttive, per altri non è un film. E secondo i canoni forse non lo è. Dovevano venire al montaggio, c’era un fuoco narrativo che ha mangiato tutto il resto ed è la vacanza del padre col bambino. Ci arrabbiamo quando dicono che siamo trash. Noi facciamo commedie cercando di essere originali ». Lei resta l’outsider, forse dà fastidio all’establishment del cinema. «Io me ne sto a Capurso, non conosco nessuno se non quelli che ho visto alle cene da Valsecchi. Mi ha chiamato al suo festival Bellocchio e non sapevo chi fosse, mi ha fatto una telefonata con tanti complimenti Virzì, mi voleva in un suo film ma ho un contratto per altri due film e non posso. Il nostro è un film comico che non ha pretese, non è un capolavoro, volevamo far ridere per un’ora e mezza e ci stiamo riuscendo. E poi il successo oggi c’è, domani chissà». È il suo primo film adatto ai bambini. «Ci sono scene che non ci piacevano, come quella al campo da golf. Ma i figli della troupe al montaggio ridevano, la vivevano come un cartone animato, l’abbiamo lasciata». Se la paragonano a Totò… «Sono matti, Totò aveva un talento comico di molto superiore, anche se (e non vorrei essere offensivo) ha fatto anche dei filmetti che oserei dire peggiori dei miei. Certo, così come lui si chiamava Totò in tutti i film io mi chiamo Checco, e siamo due maschere. Lui improvvisava molto di più, il linguaggio moderno teme il dilungarsi ». Un comico del nostro tempo che ama? «Sacha Baron Cohen. Mi piacerebbe fare le cose che fa lui, ma in Italia mi sparerebbero: in Bruno scambiava un bambino per un iPhone. È un non attore e in questo siamo uguali. Lavorarci insieme? Magari. Se legge gli incassi forse mi chiama. Vorrei concludere con un appello. C’è un regista di cui non ricordo il nome che ha fatto Zoran, il mio nipote scemo. Ha chiesto in maniera delicata di andare a vedere anche il suo film, uscito in poche copie. Ecco, per favore, andate a vedere anche Zoran».