Fedelissimi e giovani, la squadra diRenzi

«Il punto non è far cadere il governo, ma farlo lavorare perché ottenga risultati». Matteo Renzi, nella sua prima uscita pubblica da segretario del Partito democratico, sceglie di rassicurare. E da bravo capitano (come si è autodefinito), sceglie subito la sua squadra: una segreteria tutta di fedelissimi, composta da sette donne e cinque uomini (età media 35 anni). Travolto da un’infinità di telecamere («non sono abituato a tutti questi flash», dice con un po’ di falsa modestia), Renzi fa il suo ingresso al Nazareno, la sede romana del Pd, un paio di ore prima della conferenza stampa annunciata. Dà un’occhiata alla sua nuova stanza, dove appenderà un ritratto di don Primo Mazzolari, e ha un breve colloquio con il segretario uscente Guglielmo Epifani. A seguire, altro faccia a faccia con Cuperlo, per il quale ha parole di stima. Infine, la prima uscita pubblica in quella sala al terzo piano che ha visto esibirsiWalter Veltroni, Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani ed Epifani. Il «traghettatore» lo introduce, gli dà una pacca sulla spalla e si rallegra per i 2,9 milioni di voti raggiunti, lo stesso risultato delle primarie di Bersani e Franceschini: «Un segnale chiaro contro l’antipolitica». Anche se Striscia la Notizia manda un servizio nel quale fa vedere come alcuni hanno votato più volte, senza documenti, scrivendo sulla scheda «Gabibbo». Renzi annuncia la segreteria, i dodici apostoli che lo aiuteranno. Primus inter pares, l’empolese Luca Lotti, 31 anni, amico e braccio destro, all’Organizzazione. Poi Stefano Bonaccini (Enti Locali), Francesco Nicodemo (Comunicazione) e Davide Faraone (Welfare). Nessun cuperliano nella squadra (lo sfidante ha detto no all‘offerta di Renzi di proporre un nome). C’è, invece, il civatiano Filippo Taddei (Economia). In maggioranza le donne, da Maria Elena Boschi (Riforme istituzionali) ad Alessia Morani (Giustizia), da Debora Serracchiani (Impresa) a Pina Picierno (Legalità e Sud) e Marianna Madia (Lavoro). Quest’ultima ha una citazione speciale: «Ha un bimbo piccolo e uno in arrivo. In un Paese nel quale si fanno firmare le dimissioni in bianco alle donne, mi pare un segnale bellissimo». Renzi ripete ai cronisti: «La caduta dell’esecutivo non è all’ordine del giorno. Anzi, i cittadini hanno detto che è ora di fare sul serio». L’altro fronte è il partito. Nei gruppi è ancora minoranza: «Non sono preoccupato per le tensioni con i gruppi. Se c’è bisogno di discutere, facciamolo, ma ricordandoci l’urgenza. E poi do per scontato che le riforme le faremo: sono state votate dai cittadini». Non c’è un momento da perdere, ripete. Le priorità: riforme costituzionali (e legge elettorale), taglio dei costi, un piano per il lavoro, una proposta per l’Europa, in vista delle elezioni del 25 maggio. Domenica, a Milano, l’Assemblea formalizzerà l’incarico di Renzi ed eleggerà un nuovo presidente (Alfredo Reichlin o Ivan Scalfarotto), oltre a nominare la Direzione. Nella quale Renzi potrà indicare 20 membri, scelti tra «personalità della cultura». Le altre anime del partito, intanto, elaborano il lutto. Tra i più attivi, i Giovani Turchi. Fausto Raciti spiega: «Non faremo l’Aventino, non ha senso mettersi a fare la guerra a Renzi, vogliamo collaborare». E Matteo Orfini, ringraziando Cuperlo e ammettendo la sconfitta, onestamente spiega: «Renzi non è un barbaro che saccheggia la nostra città. Con lui non siamo d’accordo su molte cose, ma è un nostro compagno di partito, a cui oggi spetta un compito difficile: ricostruire il Pd»