Fausto Leali: “A 70 anni sposo Germana che ne ha 30 meno di me”

Ha vinto Sanremo e ha venduto milioni di dischi. Ora il cantautore, a sorpresa, rivela: « A Foggia il 14 giugno sposo la mia donna: siamo insieme da 6 anni e mi dà grande forza». «Ci siamo conosciuti sul palco, cantando. E mi aiuta molto il suo essere più giovane di me: sto vivendo una seconda giovinezza»

Ne ha di motivi per essere euforico, il “negro bianco”. Gli basta non guardare alla finestra il grigio che impiomba il bosco di querce, fuori dalla sua villa di Lesmo in Brianza. Accanto a sé Germana, trent’anni più giovane (“la mia donna”, la chiama lui con uno slang da vero paleomaschio), la sua vità è ancora piena di tutto e nelle librerie c’è la sua autobiografia, Notti piene di stelle, Rizzoli Editore. Essenziale, asciut-, ta, com’è lui. Settant’anni di vita e cinquanta di palcoscenico, ma sarebbero quasi sessanta, perché Leali ha iniziato a picchiare di ugola in pubblico da ragazzino, negli anni Cinquanta. Il suo mondo è un monolite decifrabilissimo e si chiama musica. “Musica ti amo!” è l’attacco ma anche la chiusa del suo libro e della sua vita. In mezzo, una parata di stelle, sfiorate, frequentate, ammirate. La voce negra di A chi, Deborah, Angeli negri, Mi manchi, Ti lascerò, milioni di dischi venduti, non ha la minima intenzione di mollare. Leali è quello di sempre, il ragazzino, terzo di sei fratelli, che a dieci anni lavorava come garzone salumiere per aiutare la famiglia poverissima. «Sto vivendo una seconda giovinezza. Faccio progetti di continuo, mi piace l’idea di non fermarmi. Germana mi dà una grande forza. Stiamo insieme da sei anni. Mi aiuta molto il suo essere molto più giovane di me. È lei che gestisce il mio sito, le pagine Facebook». Tanti anni di differenza possono diventare un problema. «Non per noi. È lei che non lo fa pesare. È la più entusiasta dei due. E poi ti confido una cosa, io sono un settantenne giuridicamente libero che si sposerà tra qualche mese. Il 14 giugno a Foggia, la sua città». Come vi siete conosciuti? «Germana cantava con me sul palco. 10 ero già separato dalla mia seconda moglie, ho capito subito che era una persona fortissima per me. Lei si è innamorata e io anche». 11 libro racconta settantanni di vita e cinquanta di palcoscenico. Quanto è piacevole e faticoso ricordare? «Per mia fortuna, la maggior parte dei ricordi sono piacevoli. Poi ci sono sta te le cose che, tornando indietro, non faresti più. Gli errori». Uno su tutti? «Il 1974 è stato l’anno peggiore della mia vita. Ero io alla guida del furgoncino che andò a sbattere contro un muro di cemento armato. Morirono Oscar e Iginio, il batterista e il bassista del mio gruppo di allora». Sensi di colpa? «Ero un uomo distrutto. Sarebbe bastato un guard rail e non sarebbe morto nessuno». Come si fa ad andare oltre? «Devi farlo per forza. Ci ho messo parecchio, ma avevo due figlie piccoline, Deborah e Samantha. Sono state loro a darmi la spinta di ricominciare a vivere. E poi la gente.

Quando stai sul palco, la gente non vuole vedere il tuo dolore». Deborah, uno dei tuoi primi successi. 1968. Anni mitici. L’agguato è quello del nostalgismo. «Non per me. Io guardo sempre avanti. Certo, specialmente dal punto di vista musicale erano anni meravigliosi. I due più grandi dell’epoca, Celentano e Mina, riempivano al massimo i locali. Si vendevano più dischi, ma non c’erano gli stadi». Vieni da una famiglia che più povera non si può. «Papà faceva il fabbro. La prima chitarra me l’ha comprata la mamma firmando trecento cambiali». Al lavoro giovanissimo. «Una volta non era proibito, era normale. Avevo dieci anni, c’era una fame pazzesca. Di giorno facevo il garzone, la sera studiavo la chitarra». Hai smesso a scuola con la licenza elementare. «Vivevo in un paesino, Nuvolento, per fare le scuole superiori bisognava andare a Brescia, ma non avevo la possibilità neanche di pagare l’autobus». Quando hai capito che ce l’avresti fatta? «Non saprei dire. Ero talmente piecolo quando ho cominciato. Dai quattordici anni ai venti ero sempre in giro a cantare. A sedici avevo le prime ragazzine, mi sono trovato subito dentro una vita strepitosa, i coetanei che mi invidiavano. Non ho fatto altro che il musicista nella mia vita». Scrivi che ci hai messo trent’anni a sistemare la tua voce. «Quando ascolto le mie prime cose, rabbrividisco. La voce l’ho sforzata molto negli anni. Ogni volta azzardavo qualcosa in più. Mi spingevo oltre il limite». L’importanza di Arbore e Baudo. «Sono stati loro a lanciare A chi, il mio primo grande successo. Baudo m’invitò a Settevoci. Avevo due nastri con me: avrei dovuto cantare un’altra canzone ma Baudo li ascoltò, s’inventò che un nastro era difettoso e mi costrinse a cantare A chi. Fu l’inizio del successo». Mogol continua a incassare i diritti… «Figura insieme a me, senza esserlo, tra gli autori della versione italiana. Ma lui non ha colpa, sono le strane regole della discografia italiana. Non c’è rancore con lui». Sei stato il primo in Italia a fare le cover dei Beatles. Sei anche salito sul palco con loro. «Era il 1965, quando fecero il loro primo e unico tour italiano. Erano già famosi ma non ancora mitici, molti li snobbavano. Fu una settimana eccitantissima per me». Tanti dischi, ma anche anni bui. «Dall’81 all’86. Dopo i primi grandi successi, non ho saputo reinventarmi e sono finito nel dimenticatoio. Poi, mi sono risollevato con Io amo. Devo ringraziare Toto Cutugno. È grazie a lui che sono ripartito». Grande feeling con Cutugno. Molto scarso invece con Celentano. «Non ci siamo mai incontrati. Ho lavorato un anno con suo fratello Alessandro che gli propose di prendermi, ma lui non credeva in me. L’anno dopo feci A chi. Stessa toppata la prese con Al Bano: lo scartò e lui subito dopo spopolò con Nel sole». Si dice che Celentano diffidava dei personaggi che potessero oscurarlo. «Esatto». Nel libro scrivi con devozione di Mina. «Una donna fantastica, simpatica. Ero incredulo, quasi impaurito, la prima volta che mi ha chiamato per cantare con lei in sala d’incisione. Un onore».

Celebri la bellezza di Loredana Bertè. «Era una delle più belle donne d’Italia ». Parole dolci anche per Anna Oxa. «Le voglio bene. Poi, non m’interessa se diventa vegana. Trovo brutto quando abbracci certe religioni. Questa cosa che non vuole cantare nella piazza di un paese vicino al cimitero. In tutti i paesi ci sono i cimiteri. E allora? Mi sembra eccessivo». Sei amico di Francesco De Gregori. «Lui è molto divertente. Dice sempre: “Tu sei il negro bianco io sono il bianco stanco”». Quante donne hai avuto? «Sono un pluridecorato». Diciamo le tre fondamentali «Da Milena Cantù ho avuto Deborah e Samantha. Claudia Cocomello, la mia seconda moglie, mi ha dato Francesco e Lucrezia, diciotto anni. Ora c’è Germana». Figli con lei? «No, a questa età non ho più voglia». Che padre sei? «Le mie ex dicono: “Come marito sei stato un po’ stronzo, ma con i figli niente da dire”». Credi in qualcosa o qualcuno? «Non credo più dal 2001. Da quando mi hanno operato al cuore. Non era Gesù che mi salvava, ma il chirurgo». Rimpianti? «Avrei potuto sfondare all’estero se fossi stato guidato meglio». Progetti con la tua donna? «Stiamo lavorando per portare qualcosa sul mercato discografico nel 2015». ^ Al di là della musica? «I miei figli. Tutti loro, in qualche modo, sono dentro la musica, come me».