Falaguasta l’attore di Come un delfino 2 si racconta….

doctoral thesis defence By on 20 agosto 2013
Marco-Falaguasta

http://studioecosam.it/essay-describe-yourself-as-a-writer/ Lo sport si dice è la metafora della vita: ai momenti d’oro si alternano periodi diffìcili. E, quando si vince, non dobbiamo dare per scontato che l’esperienza si ripeta. L’importante è saperlo accettare; e rialzarsi sempre. Ne è convinto Marco Falaguasta, attore di televisione e teatro, commediografo, regista e sceneggiatore. E anche sportivo: non solo in Tv, dove in Come un delfino 2 ha interpretato Enrico, il crudele allenatore di Alessandro Dominici (Raoul Bova), ma anche nella vita reale. Infatti in passato ha allenato una squadra di calcio. E oggi vuole fare il coach della squadra più importante, quella composta dai suoi due figli, Edoardo e Gaia. E con loro che ha il compito più difficile: quello di prepararli ad affrontare la vita. Marco, essere stato un ex allenatore di una squadra di calcio ti ha aiutato nel tuo ruolo di padre? «Come allenatore ho molto insistito sulla cultura della sconfitta. Anche ora, come padre, lo faccio con i miei figli. Insegno loro che l’insuccesso fa parte della vita. Non è una disfatta a tutto tondo: è una delle possibilità, può succedere. Non ci si deve rimproverare nulla, purché si sia fatto di tutto perché le cose andassero bene. Certo, si meraviglia solo chi pensa che i risultati debbano arrivare per grazia ricevuta». I tuoi due figli sono sportivi come te? «Certo, sono molto sportivi. Edoardo gioca a calcio, mentre Gaia gioca a pallavolo e pratica danza moderna». «Non sono come il mio personaggio» Applichi il teorema della sconfitta anche sul fronte dei brutti voti a scuola? «Il brutto voto può anche essere il prodotto del caso. Magari si può cedere all’emozione; oppure si viene interrogati proprio su un concetto che non avevamo capito. In questo caso, ciò che succede fa parte del gioco ed è utile per migliorarsi. Se invece il voto è conseguente a una carenza di impegno, il discorso è diverso. Esistono sconfitte e sconfitte». A proposito di allenamenti, come ti sei preparato per interpretare l’Enrico di Come un delfino 2? «In base alla mia esperienza: conoscevo abbastanza bene le dinamiche di spogliatoio e quelle tra allenatore e atleta, così come anche le diverse tipologie di sportivo. Andavo quindi su un terreno abbastanza conosciuto. Per il resto, Enrico è molto diverso da me». In che senso? «Lui , ha in testa un obiettivo e, costi quel che costi, deve ottenerlo: è un allenatore senza scrupoli. Se non dovesse vincere, per lui sarebbe un fallimento a tutto tondo». Ha anche metodi molto severi. È evidente quando, per esempio, dice ad Alessandro (Raoul Bova) di provare a diventare uno squalo, non un delfino… «In effetti Enrico rimprovera ad Alessandro il fatto di non concentrarsi sull’obiettivo della vittoria e di farsi distrarre da sentimenti o altre cose. Può sembrare un discorso molto cinico, ma spesso è la teoria di chi considera la vittoria come valore supremo e unico nella vita». Tu invece, quando allenavi, in quale modo motivavi i tuoi ragazzi? «Il calcio è un gioco di squadra e io partivo dall’importanza di essere un gruppo: ogni calciatore si doveva sentire forte e indispensabile per le esigenze della squadra. Sceglievo qualcuno da mandare in campo perché in quel momento ritenevo che quella persona fosse la migliore. Ognuno, quindi, doveva attribuirsi il merito di avermi, per così dire, convinto. Il mio, insomma, era un discorso di meritocrazia: le vittorie si ottengono attraverso i sacrifìci fatti durante l’allenamento». «Sarò presto in Paura d’amare» Sappiamo che tu sei pieno di impegni professionali e che ti rivedremo molto presto in televisione. Puoi darci alcuni dettagli? «Sto finendo di girare I segreti di Borgo Larici per Mediaset; e ho appena iniziato a girare la seconda serie de II restauratore, per la Rai. La prima fiction in onda sarà invece la seconda serie di Paura d ’amare su Raiuno. Lì sono Paride, manager dell’alta finanza, che, al termine della prima serie, finiva in carcere, essendosi macchiato di un gravissimo reato. E quindi si vedrà come questa esperienza carceraria abbia inciso sul suo comportamento. Scopriremo se l’ha redento o se l’ha reso ancora più cattivo». Però sembra che ti piacciano i ruoli da cattivo. E vero? «Mi piace scandagliare l’animo dei personaggi che interpreto. Credo di riuscire a interpretare bene un cattivo se sono comprensivo con il personaggio. In quel caso, c’è materiale su cui lavorare. Se non ci riesco, vuol dire che è un cattivo fine a se stesso. È molto meno appassionante farlo». Di certo, è un bel momento per la tua carriera. Come lo vivi? Sei soddisfatto? «Ecco, per rimanere in tema allenamenti, è il risultato di un grande impegno. C’è stato il momento della sconfitta. Ora, magari, è il momento nel quale l’impegno paga!».

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