«Facebook spia i messaggi» Class action degli utenti Usa

source url By on 4 gennaio 2014
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source site «Spybook», è finita in un tribunale civile. E questa volta la vexata quaestio che riguarda un po’ tutti noi dovrebbe avere una risposta: il social network più diffuso al mondo spia o no le comunicazioni private tra gli utenti? E dopo averle sottratte alla nostra privacy vende le informazioni alle società che ci bombardano poi con pubblicità sempre più profilate ogni volta che siamo online? Fino a oggi il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, ha sempre glissato sulla questione. Anche quando l’ex giornalista del Wall Street Journal, Walter Mossberg, lo fece sudare freddo in diretta dal palco di AllThingsDigital. Ne uscì ammaccato facendo la figura della scimmietta che non vede, non sente e non parla. Ma questa volta davanti al giudice sarà più difficile essere evasivi. L’irresistibile leggerezza delle spiate è diventata una class action civile presentata alla corte distrettuale del nord della California da due utenti, Matthew Campbell dell’Arkansas e Michael Hurley dell’Oregon, già in odore di santità tra le 166 milioni di persone che negli Stati Uniti sono iscritti al social network (circa metà della popolazione Usa). Facebook ha respinto le accuse in modo secco: «Sono senza merito e ci difenderemo vigorosamente». Ma ormai il dado è tratto: i segreti del software di Zuckerberg che in Borsa valgono 139 miliardi di dollari finiranno nelle mani degli avvocati e saranno liofilizzati e analizzati come in un legal thriller di John Grisham. Gli indizi di colpevolezza già sono stati svelati: non si tratta solo di quella spiacevole sensazione che si prova ogni volta che si accede a uno smartphone, tablet o pc, come se qualcuno ci stesse spiando dalla toppa delle chiavi di Internet. I due utenti hanno già fatto notare che è un po’ bizzarro che Facebook permetta agli sviluppatori del web di accrescere i propri «like» anche per i link che vengono postati sui messaggi privati fra utenti. Se nessuno lì può guardare com’è possibile? L’accusa ne fa anche una questione di concorrenza, nervo molto sensibile per gli americani: gli utenti tendono a scrivere sui messaggi privati cose più specifiche e personali e, dunque, la conoscenza di queste informazioni dà a Facebook un vantaggio competitivo sugli altri concorrenti. Un’accusa simile nel 2004 era stata mossa contro Google per i servizi di «monitoraggio» sugli indirizzi di posta elettronica Gmail. La società in quel caso si era difesa dicendo che i controlli vengono fatti da macchine e non da esseri umani. L’«I Robot » di Asimov, forse , non è più fantascienza. È più o meno la pratica che poi ha alimentato il grande scandalo della National Security Agency svelato da Edward Snowden: l’agenzia è infatti accusata di guardare con un potente occhio digitale i metadati delle nostre comunicazioni. Peraltro solo da poche settimane Facebook insieme agli altri Over the top come Google aveva preso le distanze dalle pratiche del governo americano in tema di spiate. L’azione punta a ottenere al massimo 100 dollari per ogni giorno di presunta violazione o 10.000 per ogni utente che ritiene di essere stato colpito dall’occhio bionico di Zuckerberg. Ma nella class action sono ammessi solo gli utenti con passaporto Usa. La pratica, si legge nei documenti legali, mette a rischio la promessa di Facebook di opzioni di sicurezza «senza precedenti» per la messaggistica. Alla fine sarà Facebook o Spybook: ne resterà solo una, speriamo

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