Fabrizio Corona racconta la vita in cella e fa i conti con il suo personaggio

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Un poliziotto, uscito dal suo gabbiotto blindato, gentilmente mi invita a entrare in sezione: “Venga, Corona, prego” Due passi dopo mi ritrovo nel mio nuovo mondo. Una trentina di celle disposte ai lati di un lungo rettangolo con una grande finestra fatta di sbarre e grate sul fondo. Le celle sono aperte, il rumore è assordante. Gruppi di persone di diverse comunità ed etnie camminano, urlano e parlano, con le note di rap, salsa, rock, heavy metal in sottofondo. Mentre attraverso il corridoio, i loro occhi sono puntati sui miei sacchi: io avanzo a testa alta, fissando chi mi guarda e salutando rispettosamente”. È il 25 gennaio del 2013 e il bad boy d’Italia, il collezionista di bellissime come Nina Morie e Belén Rodriguez, l’imprenditore senza scrupo li varca la soglia del carcere di Busto Arsizio, Varese. È appena stato condannato a sette anni, poi diventati 13, per reati vari, tra cui estorsione, bancarotta e frode fiscale e, dopo una fuga rocambolesca a Lisbona, ha deciso di costituirsi. Inizia così per lui una vita ben diversa da quella patinata e sopra le righe cui era abituato. Una discesa (e risalita) agli inferi che ora racconta nel libro Mea Culpa, 270 pagine, uscito in questi giorni per Mondadori. Una vita, quella del carcere, con regole precise: “Stretta di mano solo con la destra, mai dare le spalle, il buongiorno tutte le mattine e la pulizia, d obbligo”. Un universo a sé, dove “l’adattamento è difficile e frenetico”. “Tre cose mi hanno fatto passare molte notti insonni: la paura della malattia, lo smantellamento di tutto quello che avevo creato con fatica e l’invecchiamento, la decadenza fisica do vuta al carcere Fabrizio è “ospitato” nella cella 21, secondo piano, settore II. È da qui , che si fa strada in lui una nuova consapevolezza: il personaggio Corona ha soffocato l’uomo Fabrizio. “Quando si decide di vivere una vita spericolata, quando si riescono a ottenere facilmente le cose che hai sempre desiderato e la tua preoccupazione è cercare di avere ancora di più, quando sei drogato’ di adrenalina e non riesci ad ascoltare niente e nessuno perché metti te stesso sempre avanti a tutto, quando scegli di sacrificare i tuoi affetti per i successi personali, quando ti ami troppo e ti senti onnipotente e decidi di camminare sempre su un cornicione, prima o poi cadi”. Fabrizio è caduto e da Busto prova rialzarsi. Cerca di lavorare, vuole fondare un portale del carcere e raccogliere fondi per la struttura. Un progetto che accoglie l’entusiasmo del direttore, degli educatori, ma che inspiegabilmente non va in porto. Corona viene trasferito nel carcere di massima sicurezza di Opera, che ospita i numeri uno del crimine, come Totò Riina, Francesco Schiavone e molti altri. “Mi rendo conto che la mia detenzione inizia in quel momento: mi aspetta il carcere duro” L’ex re dei paparazzi finisce nel reparto “nuovi giunti” vicino alla cella di Olindo Romano, quello della strage di Erba, e a quella che aveva ospitato Lele Mora nei suoi 400 giorni di detenzione. “Neanche Quentin Tarantino avrebbe potuto scrivere un copione più tragicomico” ironizza Fabrizio nel libro. Poi confessa: “Mi chiudono il blindo [la porta della cella, ndr] e rimango solo, in piedi. Fissando la piccola finestra che dà su un lato vengo assalito dall’ennesima terribile sensazione, la più brutta di tutte: mi sento smarrito, come se fossi morto. Non so cosa fare, sono disperato e non capisco perché, o meglio, lo capisco ma non lo voglio accettare. Mi attacco alle sbarre e comincio a urlare”. Un momento terribile, uno dei tanti. Dopo una settimana, il trasferimento: “al quarto piano, cella 25, reparto secondo, sezione A. In cella con me ce Pietro, uomo d onore, di carcere”. Un calabrese condannato a 28 anni per omicidio. “Dopo le varie istruzioni e ordini comportamentali mi dice: ‘Se devi piangere, vai in bagno, ti chiudi e lo fai lì’. L’ho guardato prima incuriosito poi sorridente. Aveva tanta strada da fare per cambiare, magari toccava a me aiutarlo a trovare il suo vero sé”. Nella cella, le giornate scorrono metodiche: “La sveglia è alle sette e un quarto, ed entro le sette e mezzo bisogna fare colazione. Il pranzo (12.30) e la cena (7 di sera) devono essere consumati seguendo alcune regole: dopo essersi seduti a tavola, con i bicchieri pieni d’acqua, prima di iniziare a mangiare ci si guarda e si dice ‘buon appetito’. Ci si alza solo dopo aver finito entrambi e aver detto ‘buona digestione’”. Vietato stare a torso nudo o in mutande, anche ad agosto. A Pietro succedono Angelo “lo zingaro”, ed Emiliano “il pazzo”, trentottenne di Prevalle, Brescia, che ha ammazzato una vecchia zia. “La mia salvezza”, confida Corona. Le loro giornate trascorrono sulle note della musica di Bob Marley, “grazie all’iniezione di fiducia che ci arriva dalle sue canzoni: Dorit wony about a thing, cause eveiy little thinggonna he allighi/ non preoccupata di niente, perché ogni singola cosa andrà per il verso giusto». Il loro feeling è palpabile: “A metà pomeriggio davanti a noi si forma una fila di detenuti, tutti desiderosi di trascorrere un po’ di tempo con noi per rallegrare la loro giornata e tirarsi su di morale. Ad accoglierli ci siamo io ed Emi, in mutande, in una cella in cui non c’è nemmeno lo spazio per appoggiare qualcosa, dove niente è al suo posto, ma dove noi due ci troviamo a meraviglia. Quello che agli occhi di guardie e detenuti appare un totale casino, per noi è un assoluto senso di libertà”. Le difficoltà, comunque, non mancano, in un luogo dove “tutto scorre lento”, per lui abituato a vivere “tutto veloce”: “Cosa ci faccio qui? Cosa centro con questa gente? Chiudo gli occhi e spero che sia un incubo, e li riapro di nuovo. Sono ancora qui” Non mancano nemmeno le porte in faccia. Forse Corona non è un detenuto qualunque. Riceve una serie di “no”: alla richiesta di fare parte di un gruppo, di una commissione, a prendere integratori, a portare scritti personali ai colloqui e persino nel teatro della struttura, perché “Corona”, gli dicono, “le luci su di lei si devono spegnere, si sono spente anche su Vallanzasca, condannato a quattro ergastoli”. Gli era impedita anche “la cosa più pura e onesta che ci potesse essere”, l’incontro con suo figlio, nonostante il parere positivo del Tribunale dei Minori. “Non ho paura a pronunciare la parola tortura”, dice. “E il lavoro che avevo progettato?”, chiede Corona. “Faccia finta di essere morto! Cosa avrebbe fatto se fosse stato morto? Lei è morto! Per 11 anni non può avere contatti con l’esterno e deve morire anche il suo personaggio” Poi, a poco a poco, le cose migliorano, si intravedono spiragli, progressi, collaborazione. “Hanno fatto di tutto per farmi crollare, ma alla fine sono riuscito lo stesso a trovare la forza di rimanere lucido e pianificare strategie vincenti per spiazzare il mio avversario e questa volta non vesto i panni del ‘cavaliere oscuro’, ma di un nobile guerriero. Mi sento più forte che mai”, afferma Corona. Anzi, Fabrizio, luomo senza più maschere. Una forza che gli arriva da dentro, dall’essere padre del piccolo Carlos, cui scrive: “Tu meriti un papà che venga riconosciuto per le sue virtù. Lasciare una traccia indelebile del proprio passaggio, un riferimento per chi verrà, dovrebbe essere la missione di tutti. A me basta vivere pienamente questa brutta esperienza per dimostrarti che c’è sempre tempo per cambiare e capire. Anche nelle circostanze più avverse, quando la vita ti toglie tutto, quando subisci la più grande sconfitta possibile, se sei speciale come eri convinto di essere, ti puoi rialzare e imparare, puoi valorizzarti e diventare una persona migliore. Non per te stesso, non per gli altri, ma per te, Carlos. Io lo spero”.