Enrico Lo Verso: “Sposo Elena ma è una sconfitta”

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P iù o meno a mezzanotte, Enrico Lo Verso è quasi meglio di Roberto Murolo, la voce un carezzevole massaggio. Ascolti, immaginando dietro la voce uno dei volti più interessanti del nostro cinema. Lui è appena arrivato nella sua stanza d’albergo a Rivarolo, vicino a Torino, sul set di Centovetrine. Enrico, che nella soap italiana è entrato di recente con tutti i dubbi del caso, di cui uno fondamentale («Che ci faccio io qui?»), oggi ci sta con allegria e convinzioni assolute. Nella parte di Cedric Saint Germain, un pittore geniale, offuscato dal mal di vivere. Personaggio che gli sta come una seconda pelle. Con lui, sul set, Galatea Ranzi, la radicai chic amica di Jep Gambardella nel film La grande bellezza. «Ho visto il film a Monaco, al Festival del cinema. Ero in sala con una cugina. “Vince l’Oscar”, ho detto subito appena è finito”». Cinema perfetto per i gusti hollywoodiani o grande cinema in assoluto? «Cinema puro. Mi è piaciuto moltissimo. Ma va visto sul grande schermo. L’hanno dato in televisione due giorni dopo l’Oscar, tutta l’Italia ne parlava, ma non è la stessa cosa». Ha avuto anche molte stroncature. «La cosa brutta di quando un nostro film vince l’Oscar è che si grida al trionfo del cinema italiano. Ma non è il cinema ita liano, è il genio singolo che vince». Che è poi la storia di questo Paese «Detto questo, un successo del genere porta lustro a tutta la nazione, al turismo e all’economia. C’è stato un politico che ha avuto il coraggio di dire che la cultura non si mangia. Per uno che lo dice, cento lo pensano. La cultura si mangia, eccome. Soprattutto fa mangiare». Parola dalle sinistre risonanze, se applicata alla politica. «Vero. Diciamo “nutrire” al posto di “mangiare ».

Cinqnant’anni. Festeggiati o ignorati? «Pensavo tra me: quest’anno lo festeggio il compleanno. Una grande festa con la famiglia e gli amici più cari. Poi mi sono trovato impelagato in tutte le situazioni della vita, non me ne sono accorto neanche dei miei cinquant’anni. Mi sono limitato a una cena con moglie, figlio, genitori e fratelli». In che direzione va la tua vita? «Ho il presentimento che sarà un anno buono. Di una grande pulizia, di una serenità e una diversa consapevolezza». Pulizia? «Intesa come alleggerimento, sai la potatura di un albero, quando togli il superfluo, i rami secchi. Ci sono tante cose che pesano inutilmente, sprechi di energia. Quando sei giovane vai all’accumulo, oggi vado a semplificare. Sarà l’età che avanza, le energie che diminuiscono». Attore dalla vocazione precocissima… «Tutto comincia a otto anni per caso. Mi portano una domenica al teatro di Siracusa, dove andavo a giocare con mio fratello, a vedere Edipo Re. Mi sembrò, il loro, un gioco ancora più bello dei miei. “Voglio giocare anch’io così, davanti a seimila persone, mi dissi”». Hai appena finito di “giocare” con Maria Grazia Cucinotta sul set di Nomi e cognomi. «Ci siamo resi conto con sorpresa che era la prima volta che lavoravamo insieme. Conosco Maria Grazia da quando arrivai a Roma; avevo diciotto anni». Marito e moglie nel film. «Mi sono trovato benissimo sul set con lei, grazie alla complicità dell’amicizia. L’unico problema era che, nella scena del bacio, avevamo paura di scoppiare a ridere». Di solito non si ride quando si bacia la Cucinotta. «Ci conosciamo da anni, siamo amici, e poi baciarsi con tutta quella gente intorno che ti grida: com’è messa la luce? Prendi la cinepresa…». Il bacio in amore è l’antefatto di tutto. Forse, è tutto. «Per me, tutto parte dallo sguardo. Abbiamo girato una scena in Centovetrine. Io e l’attrice eravamo a tre metri di distanza.

Ci guardavamo solo. Il regista ha detto: “Questa scena andrebbe censurata”. È stato un gran bel complimento». Non hai mai rischiato di fare l’ingegnere come tuo padre o l’insegnante come tua madre? «M i sono iscritto a ingegneria, ma non ho mai rischiato di fare l’ingegnere. L’insegnante mi attira come mestiere, ma mi terrorizza. Mi ricordo ancora cosa passavano a scuola quando avevo quattordici anni. Sono la categoria più maltrattata in Italia». Arrivi a Roma trent’anni fa. Come altri palermitani famosi, combattenti come Buzzanca, Caruso, Sperandeo. Quanto è stato difficile? «Sono tutto fuorché un combattente. Ma sono testardo. Mi piace tenere una posizione, anche solo per orgoglio. L’agonismo non l’ho mai avuto». Momenti di sconforto totale? «Uno in particolare. Ero arrivato a Roma da poco e buttai via tutto quello che mi ricordava il mio passato d’attore… A vent’anni… Mi viene da ridere. Pensavo che non ce l’avrei fatta, ma mi dissi che dovevo arrivare almeno davanti alla porta di un set». Che vuol dire davanti alla porta? «Dovevo fare il mio primo lavoro vero da professionista e sapere poi dal regista se ero un cane o no». L’hai saputo con Gianni Amelio? «No, molto prima. Sul set di un film di Antonello Grimaldi. Facevo un ruolo comico e tutti ridevano come pazzi. Amelio arriva dopo. Con II ladro di bambini ho avuto il mio giro di boa». Hai capito che il set era casa tua… «Nei film precedenti, la notte prima di andare sul set non riuscivo a dormire per l’emozione. “Stavolta dormirò”, mi sono detto, “perché qui sono protagonista e non posso permettermi di non dormire”. Ho dormito di sasso. Il film è andato liscio come M io». Una magia… «Una magia, la complicità assoluta con Amelio».

Ti è capitato con altri registi? «M i sono trovato benissimo anche con Edoardo Ponti». Il figlio di Sofia Loren. «Un uomo piacevolissimo e un grande talento. Con il suo corto, Il turno di notte lo fanno le stelle, siamo stati candidati all’Oscar». Hai frequentato registi come Ridley Scott, John Irvin, Ettore Scola, Peppino Tornatore, ma lavori anche per registi debuttanti. Sul set di Nom i e cognomi, il primo film di Sebastiano Rizzo, tra le maestranze circolava la battuta cinica: “Questo sta a fa’ due film insieme, il primo e l’ultimo”». Che cosa racconta Afo/ni e cognomi? «Di un giornalista che, dopo un’esperienza di successo, torna nel suo Sud e lavora per un giornaletto locale, andando a toccare interessi forti. Ostacolato in tutti i modi, non si ferma davanti a nulla, scrive appunto nomi e cognomi. Un film di fantasia, ma ispirato a storie purtroppo possibili o realmente accadute». Tre film anche con Pasquale Squitieri. Tu così delicato, lui così brusco… «Lui è meraviglioso. Dicevano fosse esuberante, collerico. Ero terrorizzato la prima volta. È, invece, il più mieloso dei registi. Ho visto degli attori fare cose terribili con lui. “Adesso li decapita”, mi dicevo. Lui niente, sempre calmo. Passavo le serate a sentirlo affabulare. Racconta cose bellissime. Un uomo di una cultura enorme». Hai recitato in uno dei film di Hannibal Lecter, Il cannibale, con Giancarlo Giannini. Il più grande di tutti? «Preferisco evitare certe definizioni. Non sono mai stato affascinato dall’attore ma dal gioco dell’attore. Detto questo, Giancarlo è un uomo dall’intelligenza notevole. Lavorare con lui è facile, ci mette un attimo a capire le sfumature del personaggio ». Per te l’incarnazione del male è? «La maleducazione. Tutto parte e discende da lì. Inclusa la disposizione a delinquere. Il non rispetto per ciò che è fuori di te, è il male originario ». La nostra comune amica Vladimir Luxuria si è fatta notare e fermare anche in Russia… «Una grande, perché continua a fare politica da ex politica. Ma la cosa atroce è un’altra…». Quale delle tante? «Che solo la Chiesa ha risposto alla legge anti- gay dell’Uganda, sostenendo che l’om osessualità non è un reato. Nessun politico dei nostri ha detto qualcosa su questo scandalo». Qualcosa di atroce in Renzi? «La cosa sconvolgente di Renzi è il suo essere trasversale». Basta per bocciarlo? «Ho visto finora solo politici buoni a parlare e incapaci ad agire. Un tentativo lasciamoglielo fare. Non capisco quelli che gli sparano addosso prima ancora che si muova». Parlami di Cedric, il tuo personaggio di “Centovetrine”. «Un artista famosissimo ma molto borderline, che passa dalla esaltazione massima a picchi di depressione. Dal punto di vista recitativo, mi permette tutto». Galatea Ranzi è tua moglie nella soap. «Io sono innamoratissimo di lei, ma ho mille altre donne. Lei è una donna elegante, misurata. Il nostro è uno scontro continuo». Sembri divertirti parecchio… «Mi sento come un bambino a Disneyland. Il bello in questi set è la sfida. Qui vai veloce, non sei aiutato dalla fotografia o dalla scenografia, sono teatrini spartani. Devi liberare recitazione pura se vuoi emergere. E pensare che sono arrivato qua con un’ansia da prestazione mai provata prima. Mi chiedevo: “Il pubblico mi accetterà?”. “Sarò una voce stonata?…”». Venticinque anni insieme con la tua compagna Elena. «Che tra poco sarà mia moglie. Ci sposeremo e sarà una sconfitta, come lo è stato per Vasco Rossi. Le coppie di fatto in questo Paese non hanno diritti o meglio non esistono. Se finisci in ospedale la tua compagna non può assisterti». Cosa vi unisce? «La curiosità di scegliersi ogni giorno e, ogni giorno, decidere cosa fare di noi. Abbiamo le stesse passioni. Al Festival di Berlino, in quindici giorni, abbiamo visto ventisei film. A Roma ne guardiamo anche cinque al giorno in cinque cinema diversi». Tuo figlio Giacomo? «Posso dirti solo che io non sono ancora cresciuto e che, quindi, con lui è stato come trovare un compagno di giochi».