Emanuela Orlandi: Sò che fine ha fatto la ragazza, ma voglio dirlo al Papa

Emanuela Orlandi è stata rapita e uccisa. Ragazze giovani BB§ come lei venivano coinvolte in orge, messe nere e riti satanici. Il suo corpo, come quello di altre ragazze scomparse, non è mai uscito dalle mura della Città del Vaticano. La povera Emanuela Orlandi è sepolta lì dentro, in una tomba molto grande chiusa con una lapide di marmo. E lì che bisogna cercarla”. Questa rivelazione shock è di Vincenzo Calcara, 57 anni, di Castelvetrano, un paese in provincia di Trapani, ex mafioso e collaboratore di giustizia, che ha deciso di raccontare tutto quello che sa sulla misteriosa scomparsa di Emanuela Orlandi, la studentessa di 15 anni figlia di un dipendente del Vaticano di cui non si hanno più notizie dal 22 giugno 1983. Vincenzo Calcara ha concesso in esclusiva un’intervista a Giallo. Ci dice Calcara: «Ho scritto una lettera a Papa Francesco. Credo nell’opera di purificazione della Chiesa avviata dall’attuale Pontefice e per questo voglio rivelare a lui tre segreti, di cui uno riguarda proprio la sparizione di Emanuela Orlandi, vittima della perversione di alti prelati, mafiosi e potenti dello Stato italia no».Vincenzo Calcara si mostra convinto e non teme smentite. LA RIVELAZIONE DI UN CARCERATO Ci dice: «Sono stato collaboratore di giustizia e al magistrato Paolo Borsellino ho rivelato segreti importanti. Grazie alle mie dichiarazioni molte persone sono state arrestate. Non ho interesse a mentire. L’unico mio obiettivo è quello di far luce sulla morte di una povera ragazza finita tra le mani di potenti uomini. Uomini cattivi e corrotti». Ma cosa centra Emanuela Orlandi con la mafia? Risponde Calcara: «Lo spiego subito. Tra l’aprile e il maggio del 1981 io e un gruppo di mafiosi, tra cui Matteo Messina Denaro e suo padre Francesco, partimmo dalla Sicilia in direzione di Roma, dove ci aspettava un notaio, morto lo scorso anno. Si chiamava Salvatore Albano ed era originario di Palermo. Gli consegnammo IO miliardi di lire in contanti. Lui era il referente della mafia, ma aveva rapporti con alcune persone del Vaticano e coi servizi segreti italiani. Quando arrivammo nella sua splendida villa, ci trovammo li anche l’arcivescovo Paul Marcinkus. Consegnammo il denaro, reinvestito poi in Suda- merica. Dopo un mese il capo famiglia da cui dipendevo mi ordinò di consegnare tre chili di cocaina proprio a Marcinkus. L’appuntamento era sotto il colonnato di piazza San Pietro. La cocaina la trasportavo da Milano: lavoravo all’aeroporto di Linate nonostante fossi già stato condannato a 15 anni di carcere per concorso in omicidio. Quando arrivai a Roma, trovai ad attendermi Marcinkus, al quale consegnai la droga. Fatta la consegna, dopo qualche tempo tornai in Sicilia e, incuriosito da quella missione che avevo compiuto in Vaticano, chiesi al boss: “A cosa servono tre chili di cocaina per persone così altolocate?”. Lui mi rispose: “La droga viene utilizzata nel corso di orge e riti satanici a cui partecipano amici mafiosi e alcuni potenti dello Stato. In Vaticano finiscono ragazzine che abilmente fanno sparire. Da lì qualche ragazza non è più uscita”. Nel 1986 ebbi un’ulteriore conferma. All’epoca ero recluso in carcere e in cella con me c’era il boss Francesco Luppino. Erano passati tre anni dalla sparizione di Emanuela e un giorno eravamo sulle brande quando in tv fecero un servizio sulla ragazza. Dissi: “Che cosa strana questa storia di Emanuela Orlandi. Io qualche anno fa ho portato tre chili di cocaina in Vaticano. Mi disse il boss che alcuni prelati di dubbia moralità facevano orge e riti satanici”. Luppino mi rispose: “Non è una novità. Anche noi portiamo la droga a quelli lì. Le ragazze? A qualcuno piace divertirsi. Non sai quante ne fanno sparire. Molte, dopo essere state usate, vengono uccise per paura che parlino. Ora fanno finta di cercarla ma la Orlandi è morta”. Rimasi scioccato da quella confidenza. Poi capii che tutto quello che si diceva intorno al caso della Orlandi erano solo storie inventate per depistare le indagini. Tutto falso. Tutto quello che sto dicendo l’ho già raccontato al giudice Paolo Borsellino, che non fece in tempo a indagare perché venne ucciso poco dopo». Calcara dice di essere pronto a parlare con i magistrati. Ci dice ancora: «Se vorranno interrogarmi, non nasconderò nulla di quanto è a mia conoscenza. Emanuela è stata rapita da alcune persone che agivano per conto di Marcinkus. Riguardo a Pietro Fassoni Accetti, il regista che sostiene di aver partecipato al rapimento di Emanuela, ritengo che dica solo bugie per depistare le indagini. I veri rapitori, di cui la ragazza si fidava, conoscevano bene anche Ercole, il padre di Emanuela. Recentemente, in occasione della presentazione del mio libro, ho parlato con il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi. Gli ho detto: Pietro, tua sorella è morta. Lui mi ha abbracciato, ringraziato e si è chiuso nel suo dolore. Pietro è un grande uomo che, nonostante la sofferenza che si porta dentro, ha voglia di lottare». Abbiamo chiesto a Pietro Orlandi cosa ne pensa delle rivelazioni di Calcara. Ci ha detto: «Se Calcara vuole parlare con Papa Francesco è perché vuole aiutarlo a smantellare un sistema che tiene imbrigliata a sé la verità su Emanuela e i rapporti poco edificanti tra la Chiesa e le mafie. Le sue dichiarazioni rese in passato ai giudici sono state considerate attendibili. Perfino il giudice Paolo Borsellino gli ha creduto. Mi auguro che queste sue dichiarazioni pubbliche invoglieranno i magistrati che si occupano del sequestro di Emanuela ad ascoltarlo. Solo poi potremo dire se ha detto la verità oppure no». ■ di Gian Pietro Fiore