Due operai italiani spariti in Libia «Partiti dopo aver perso il lavoro»

Sono calabresi i primi due rapiti in territorio libico dopo la morte del generale Gheddafi. Il sequestro potrebbe essere opera di balordi, in cerca di un riscatto o forse di gruppi estremisti come i salafiti jihadisti, contrari alla presenza dei cristiani sul proprio territorio, come spiega il responsabile della sicurezza di Bengasi, che sta coordinando il caso. I due calabresi scomparsi si chiamano Francesco Scalise, 63 anni, di Pianopoli e Luciano Gallo, 48 anni, di Feroleto Antico, due comuni in provincia di Catanzaro, distanti solo un chilometro tra loro. I due lavorano come operai specializzati alle dipendenze della ditta General World di Petilia Policastro (Crotone) che sta realizzando la rete di cablaggio nella zona di Martouba, a 25 chilometri da Derna, città costiera ad est della Libia. Il rapimento sarebbe avvenuto proprio sulla strada che conduce verso Tobruk, ai confini dell’Egitto. Almeno secondo quanto avrebbe affermato l’autista del furgone che stava accompagnando i due operai al cantiere. L’uomo ha raccontato di alcuni uomini incappucciati ed armati che dopo aver bloccato il mezzo, lo hanno costretto a scendere e si sono dileguati con i due operai. Il furgone è stato ritrovato assieme agli attrezzi di lavoro a molti chilometri di stanza dal luogo del rapimento. Francesco Scalise lavorava in Libia da circa 40 anni. Era l’uomo di fiducia della General World. Guidava i mezzi pesanti, le ruspe, gli escavatori. A Natale aveva trascorso le feste in famiglia, con la moglie Rosanna Cardamone e le due figlie Luisa e Maria. Al Bar dello Sport, nella piazza principale del paese, ritrovo storico, gli amici Francesco Mazzei, geometra in pensione e Aldo Villella raccontano che Francesco aveva voglia di smettere con questa vita. Non ce la faceva più a stare lontano dalla famiglia, dalla sua terra. Però c’era da fare i conti con la mancanza di lavoro in queste zone e così Francesco ancora una volta aveva lasciato da parte i sentimenti e il nove gennaio scorso era ripartito per la Libia. Questa volta a fargli compagnia c’era l’amico di sempre Luciano Gallo, aggregatosi non per scelta, ma per necessità. Gallo un mese fa aveva perso il posto di lavoro. Anche lui ruspista, lavorava per una ditta locale che ha chiuso i battenti per la mancanza di commesse. Sposato con Maria Fazio, tre figli, Giuseppe, studente di Economia a Cosenza, Vincenzo, liceale e Maria, che frequenta le elementari, Luciano Gallo si è sentito un uomo disperato dopo la perdita del lavoro. La famiglia e i mutui da pagare per la casa, una bella villetta immersa tra gli ulivi, in contrada Buttafuoco di Feroleto, non gli hanno dato scelta. E così anche lui si è imbarcato nell’avventura libica in cerca di fortuna. Così come fecero negli anni cinquanta gran parte degli anziani del paese, partendo per l’America. Sessant’anni dopo la storia si ripete per questi due operai, indicati dai loro paesani come gran lavoratori e perbene. Senza grilli per la testa e senza svaghi. Casa e famiglia. Le famiglie degli ostaggi sono state avvertite del rapimento dal maresciallo di Pianopoli Carmelo Carchidi e dai sindaci dei due comuni. A dare l’allarme della scomparsa dei due operai è stato invece Luciano Scalise, anche lui in Libia, fratello di Francesco, che ha informato l’ambasciata italiana. L’uomo non vedendo rientrare il fratello ne ha denunciato la scomparsa. Il presidente della Regione, Giuseppe Scopelliti, è costantemente in contatto con la Farnesina, «certo che le capacità della diplomazia riescano a risolvere il caso