Dipendenti più ricchi degli imprenditori: La strana classifica dei redditi

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I risultati sono di quelli destinati a far sobbalzare chiunque in un normale giovedì di novembre. Come è possibile ci si chiede (giustamente) che un lavoratore dipendente guadagni, o meglio dichiari al fisco, tanto quanto il suo datore di lavoro, ovvero «miseri » 20 mila euro l’anno? Infatti secondo l’ultima analisi diffusa dal dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia nel 2012, gli italiani con reddito da lavoro dipendente prevalente hanno dichiarato 20.680 euro, mentre i soggetti con reddito d’impresa prevalente si sono fermati a un valore medio di 20.469 euro. Se fosse proprio così saremmo di fronte a una mostruosità, a una clamorosa differenza di trattamento per di più certificata dal fatto che i dati questa volta sono di fonte Mef (dipartimento delle Finanze) e quindi dovremmo considerarli a prova di bomba. Ma messi da parte lo sconcerto e l’indignazione del primo momento proviamo a capirne di più e a sottolineare i limiti di un’operazione di comunicazione che suona maldestra. Partiamo dai dati dei lavoratori dipendenti che corrispondono grosso modo a 21 milioni di persone e che presentano un reddito medio molto standardizzato: infatti la stragrande maggioranza di loro ha stipendi che rimangono nella forchetta tra i 15 e i 35 mila euro (i redditi sopra i 100 mila euro sono appannaggio di pochi). In questi cinque anni di Grande crisi i lavoratori dipendenti non hanno avuto aumenti della paga significativi ma sono rimasti sostanzialmente sui livelli (nominali) di prima. L’universo preso in esame dai dati Mef rappresenta però una vera fotografia degli effetti della crisi sul lavoro dipendente? No, perché all’appello statistico manca chi il lavoro lo ha perso e chi lo ha cercato ma non lo ha trovato, se il calcolo fosse allargato a loro i risultati cambierebbero. Il reddito medio degli imprenditori, invece, risente moltissimo degli anni della recessione. Intanto l’aggregato statistico dei datori di lavoro è decisamente più ridotto (2,8 milioni tra ditte individuali e soci di società di persone contro i 21 di cui abbiamo detto) e poi si tratta di risultati fortissimamente condizionati dal mercato. Moltissime aziende hanno chiuso nell’annus horribilis 2012, molte altre hanno visto ridursi drasticamente il loro fatturato/i loro utili e quindi sono andate a influenzare pesantemente la media creando un paragone che, per quanto detto, risulta asimmetrico. Per farla breve mentre i redditi dei dipendenti sembrano, da questi dati, poco influenzati dalla crisi, i risultati di impresa lo sono stati moltissimo. Basta pensare a ciò che è successo nella filiera dell’edilizia, quella a cui appartiene il maggior numero di piccole imprese ma anche alla morìa di aziende che ha colpito altri settori. Se invece di sommare tutte le aziende circoscriviamo l’analisi agli imprenditori «sani» che hanno avuto un reddito positivo la media schizza dai 20 mila euro ai 40 mila, una cifra decisamente più credibile e doppia rispetto a quella dei lavoratori dipendenti. Forse il Mef nel fotografare il reddito dei datori di lavoro farebbe meglio a focalizzare i settori e le differenti condizioni di redditività piuttosto che mettere tutto in uno stesso sacco e generare quella media che il famoso poeta romano in tempi non sospetti bollò come illusoria ricorrendo alla metafora del pollo. È evidente che i dati riferiti agli imprenditori sono influenzati anche da un maggior ricorso all’evasione fiscale e che tutto ciò finisce per creare un mix perverso tra effetti della recessione e sottrazione di gettito. Ma il Mef è anche il soggetto che gestisce gli studi di settore e che ne ha sempre sostenuto il continuo miglioramento tecnico grazie al software originale messo a punto in questi anni. Allora delle due l’una: o sono vere le medie pubblicate ieri sul sito del ministero o sono nel giusto gli studi di settore. Non sarebbe male che il ministero rispondesse a questo domanda evitando magari di produrre dati che servono solo ad esaltare le contraddizioni e a dividere l’opinione pubblica. Bisogna ridurre l’evasione fiscale che è una delle grandi malattie non curate del nostro Paese, ci sono tutte le condizioni perché ciò possa accadere anche senza creare divisioni e ulteriori contrapposizioni. Ben vengano, dunque, i dati elaborati dai tecnici del ministero ma i responsabili potrebbero utilmente commentarli e fornire all’opinione pubblica una traccia di lettura, come normalmente fa l’Istat. Un Paese matura anche così.