Decadenza, pochi margini per un rinvio

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All’esito dell’ultimo tormentone sulla presunta richiesta di grazia firmata dai cinque figli di Silvio Berlusconi — ventilata e già ritrattata da Marcello Dell’Utri — l’attenzione in casa del Pdl ora è tutta puntata sul calendario dei lavori parlamentari. Mancano ormai solo 18 giorni alla seduta del 27 novembre in cui l’aula del Senato sarà chiamata a votare, a scrutinio palese, la proposta di decadenza del Cavaliere in forza della legge Monti-Cancellieri- Severino: la norma del 2012 che toglie il seggio parlamentare a chi ha subito una condanna superiore ai due anni e ne stabilisce l’ineleggibilità per i sei anni successivi. Insomma, la partita è decisiva per l’ex premier ma in 18 giorni potrebbero cambiare molte cose con conseguenze profonde sulla geografia parlamentare: dopo il 16 novembre (sabato prossimo c’è il consiglio nazionale del Pdl) il partito di Berlusconi mette a rischio la sua compattezza, con il risultato che l’attuale gruppo del Senato (91 componenti) potrebbe formalmente spaccarsi tra «lealisti» filo- Berlusconi e «governativi» guidati da Alfano. E questo scenario fa intravvedere una resistenza ad oltranza contro la decadenza di Berlusconi condotta solo dai «falchi» berlusconiani mentre le «colombe», che solo al Senato sono più di 30, assisterebbero al tramonto parlamentare del Cavaliere senza poi strapparsi tutti i capelli. Come dire che il 27 sera, un mercoledì, tutto potrebbe essere finito con la decadenza del Cavaliere formalizzata dall’aula del Senato. A questo punto, dunque, l’unica incognita è rappresentata dalla legge di Stabilità, che ha la precedenza sulla decadenza. La «finanziaria» arriva il 18 novembre in aula al Senato dove rimarrebbe fino a venerdì 22. Ma il carico straordinario di emendamenti che viaggia con la legge di Stabilità (ieri ne sono fioccati 3170 in commissione Bilancio) offre ai «falchi» del Pdl pronti a indossare di nuovo la casacca di Forza Italia una straordinaria occasione per organizzare la guerriglia parlamentare. Eppure, tra rinvii, pregiudiziali di costituzionalità e sospensive, il voto sulla decadenza del Cavaliere potrebbe slittare al massimo ai primi giorni di dicembre. La strada del Cavaliere, dunque, sembra segnata. E anche le accelerazioni sulla presunta richiesta di grazia firmata dai cinque figli di Silvio Berlusconi reggono 24 ore. A parte la posizione del Quirinale—dove non è arrivata alcuna richiesta formale e dove non ci si stupisce della smentita dall’avvocato Niccolò Ghedini che esclude anche per il futuro la volontà del suo assistito di chiedere un provvedimento di clemenza — lo stesso Dell’Utri ha aggiustato il tiro: in televisione «mi è stato tirato un trappolone, io non so un tubo. Nicola Porro ha voluto fare il piccolo Santoro, un Santoro a scartamento ridotto. E mi ha fatto buttare un po’ di merda addosso». Il vice direttore del Giornale non vuole replicare e fa notare che l’ex senatore del Pdl ha parlato nella sua trasmissione anche della possibile richiesta di revisione del processo Mediaset da parte di Berlusconi. Tuttavia Dell’Utri, dopo la smentita sulla grazia, ha chiarito qual è l’obiettivo dei fedelissimi: «La grazia la deve dare “motu proprio” il Quirinale e non la deve chiedere Berlusconi». Concetto — quello della clemenza concessa pur in assenza di una richiesta dell’interessato o dei suoi famigliari — ribadito da Daniela Santanchè: «Il problema è politico, il problema è di Napolitano, ovvero se intende utilizzare gli strumenti che ha in quanto arbitro. Come il “motu proprio”….». Insomma, i «falchi » del Pdl ripropongono, seppure a mezza bocca, ora, il «patto tradito» dal Colle che però è già stato stigmatizzato il 22 ottobre dal Quirinale. Come autentica «panzana.