Dagli incarichi ai costi: la rivoluzione nel partito

Arriva Matteo Renzi, forte di un risultato netto che più netto non si può, e sarà rivoluzione anche al Nazareno. «La mia sarà una segreteria a costo zero», anticipa il sindaco ai fedelissimi e spiega il perché: «Noi dobbiamo fare politica per favorire la vita dei cittadini non per sottrar loro i soldi». Il che significa che chi starà in segreteria non prenderà indennità o rimborsi dal partito, ma si accontenterà del proprio stipendio, quale che sia il suo ruolo: parlamentare, amministratore locale, professore universitario o intellettuale. Il coordinatore di questo organismo dirigente sarà il fido Luca Lotti, braccio destro e sinistro del neo segretario. Poi ci saranno molte donne. Tra cui la deputata Silvia Fregolent. E Debora Serracchiani, a cui dovrebbero andare gli Enti Locali, a meno che, alla fine, non si preferisca affidarle la presidenza dell’Assemblea nazionale, il ruolo, per intendersi, che fu di Rosy Bindi. Lorenzo Guerini, il deputato che per Renzi ha seguito le trattative per i regolamenti congressuali, dovrebbe fare il tesoriere. Antonio Funiciello, attuale responsabile della Comunicazione, resterebbe in segreteria, sebbene potrebbe ricevere un altro incarico. E sempre in segreteria dovrebbero entrare anche il coordinatore della campagna delle primarie Stefano Bonaccini e il presidente della provincia di Pesaro Matteo Ricci. Quindi ci sarà qualche nome ad «effetto », che con la politica non ha nulla a che vedere. «Sulla segreteria, comunque, non tratto con nessuno », avverte Renzi. Nemmeno con gli alleati, ossia con Franceschini e Fassino, tanto per fare due nomi: «Sono io che mi sono candidato a segretario, sono io che ci ho messo la faccia». Strutture meno costose, dunque, e, soprattutto, più snelle. Il che significa che Renzi smantellerà i forum e gli innumerevoli dipartimenti messi in piedi da Bersani, con relativi stipendi e segreterie. Al loro posto, dei responsabili di rete che riuniranno sindaci, assessori ed esperti del settore su ogni materia che verrà di volta in volta affrontata. Sempre a costo zero, naturalmente. Non solo, «gli iscritti verranno consultati » sulle questioni principali: «Sennò per quale motivo lo abbiamo fatto a fare l’albo degli elettori? Almeno in questo modo lo usiamo». L’appello agli elettori delle primarie sarà il modo in cui Renzi sfuggirà all’abbraccio degli oligarchi, che cercheranno di logorarlo. Bersaniani e dalemiani stanno già preparando una corrente organizzata. Vorrebbero coinvolgere nell’operazione anche i «giovani turchi», i quali, però, hanno risposto di no e cercano un abboccamento con i renziani, perché preferirebbero non tornare dai «padri» con cui hanno rotto. Sempre per il capitolo «riduzione delle spese», appena si sarà fatta un’idea più chiara, Renzi sposterà il Pd dal Nazareno: è una sede troppo costosa. Si parla di via Tomacelli, ma non c’è ancora niente di certo. La rivoluzione di Renzi, però, non riguarderà solo il partito, naturalmente. Quello che deve dire a Letta, in realtà, il segretario lo ha già spiegato al diretto interessato proprio in questi gorni. E glielo ripeterà, perché è a lui che vuole parlare, non ad Alfano, che continua a non volere tenere da conto: «Enrico, siamo tutti nella stessa barca, noi del Pd e il governo. O si rema o si affonda. Anche perché se continuiamo ad andare avanti così, con il governo che non fa granché, si limita agli annunci e e poi preferisce i rinvii, le larghe intese le fanno Beppe Grillo e Silvio Berlusconi ». «Per questo motivo — e qui ecco che il sindaco detta l’agenda del Partito democratico al governo e al Parlamento — dobbiamo arrivare alle Europee di maggio avendo approvato alla Camera la riforma elettorale, e questo è affar nostro e non dell’esecutivo. Quindi bisognerà approvare un pacchetto di tagli ai costi della politica, anche quello prima delle Europee, e, sempre per quella scadenza, l’abolizione del Senato dovrà essere passata in prima lettura sia alla Camera che a palazzo Madama. E non sto parlando di quel fumoso progetto di Quagliariello, ma di trasformare il Senato nella Camera delle Autonomie locali, con i presidenti delle regioni e i sindaci che non prendono nessuna indennità». Non basta. Prima di quella data il segretario vuole anche che sia presentato un «piano rivoluzionario per il lavoro», che si occupi «dei 7 milioni di non garantiti». Ecco, queste sono le condizioni, perché «il Pd finora ha avuto molta pazienza e adesso vuole avere molto coraggio, e lo deve avere pure il governo sennò non si va da nessuna parte».