Contestata la Traviata moderna L’ovazione è per Violetta

annales dissertation philosophie bac By on 8 dicembre 2013

http://fedemirbas.com/?p=term-papers-sell Chi di sedano colpisce di sedano perisce. A furia di portare verdura in scena e impegnare Violetta e Alfredo in una sorta di «prova del cuoco», il regista Dmitri Tcherniakov ha rischiato alla fine di ricevere davvero qualche ortaggio dal loggione. In realtà su di lui sono piovuti solo fischi e buu alla prima di Traviata, opera attesissima sia perché mai aveva inaugurato una stagione della Scala, sia perché doveva chiudere in bellezza il bicentenario verdiano. I forti dissensi al regista russo sono stati bilanciati dai frenet i c i appl aus i pe r Di ana Damrau, vera trionfatrice della serata. Grazie anche alla toccante interpretazione di «Addio del passato» che nel terzo atto ha scatenato una vera ovazione nei suoi confronti. Accoglienza contrastata per il tenore Piotr Beczala e qualche fischio pure per Daniele Gatti, subito rintuzzato però da consensi e seguito di vivaci battibecchi in loggione. Alla fine dieci minuti di applausi mescolati a insistiti dissensi che hanno fatto commentare al sovrintendente Lissner, giunto al suo ultimo Sant’Ambrogio: «I talebani ci sono dappertutto». La serata era cominciata in modo irrituale, con il maestro Gatti che ha invitato il pubblico a un minuto di silenzio in memoria di Nelson Mandela e poi ha attaccato, secondo l’uso, «Fratelli d’Italia». Tutti in piedi, compreso il presidente Giorgio Napolitano, accolto al suo arrivo da un lungo applauso. Quindi il sipario si è aperto sul preludio, con Violetta che si rimira allo specchio in abito blu e cascata di diamanti preparandosi a ricevere i soliti amici e clienti nella sua casa di gusto haussmaniano ma con oggettistica e mobili fuori dal tempo. Così come in barba al tempo sono i costumi. Alla festa di Violetta se ne vedono di tutti i colori: bambinacce con fiocchi in testa, gigolò in giacca rosa, una biondona strizzata in paillette modello Valeria Marini… Un salotto di var ie volgar i tà più consono a una escort di oggi uscita dalla Grande Bellezza di Sorrentino che a una cortigiana del bel mondo parigino di metà Ottocento. E al clima sgangherato si adegua anche Violetta, che non crede a una parola di «Quell’amor ch’è palpito » di Alfredo, si fa gioco di lui, ridacchia a ogni piè sospinto, si scola un bicchiere via l’altro e si ingozza di pasticcini. Ma le basta entrare nel secondo atto per cambiare pelle. Eccola in campagna con l’amato, in una cucina finto rustico con angioletti appesi al lampadario e bambola sul controbuffet, a contendere il mattarello ad Alfredo in grembiulino impegnato a impastare la pizza. La metamorfosi da lorette di successo a casalinga qualunque la redime, ma la rende opportunamente sciatta. Con i capelli spettinati e un vestito beige penitenziale accoglie papà Germont (il baritono Zeliko Lucic) che, secondo il libretto, si dice stupito di tanto lusso che però vede solo lui. Violetta gli serve il tè, come si addice a una padrona di casa, senza scomporsi più di tanto alle sue richieste di lasciare il figlio scapestrato. A sua volta Alfredo ascolta le rampogne paterne affettando rabbiosamente peperoni e zucchine e tagliandosi pure un dito, unico dolore che sembra gettarlo davvero nello sconforto. Alla successiva festa di Flora, vestita da pellerossa con copricapo piumato, torna alla ribalta il solito caravanserraglio cafonal. Violetta si presenta con una parrucca bionda stile Marilyn, a significare che è tornata in carriera. Anche la se la camelia rossa che si ostina infilarsi tra i capelli dovrebbe significare, stando al romanzo di Alexandre Dumas figlio, che in quei giorni non sarebbe disponibile sessualmente. Ma sono gli ultimi fuochi prima della sua disfatta sociale causa tisi terminale. Abbandonata da tutti, ormai dipendente da alcol e farmaci, la rivedremo nel suo salone, stavolta però spogliato di ogni arredo. Morirà su una sedia perché non c’è più neanche il letto. Una lettura «moderna» che ha lasciato perplessi molti spettatori. Mentre il presidente Napolitano se la cava con un laconico «meravigliosa», Carla Fracci commenta: «Io che ho visto la Traviata di Visconti, preferisco di gran lunga regie più tradizionali». «I peperoni erano bellissimi», assicura caustica Livia Pomodoro, presidente del Tribunale di Milano, critica anche sulla diretta tv nel carcere di San Vittore. «Mi sembrano iniziative effimere, il carcere ha bisogno di impegni ben più seri». Feroce Evelina Christillin, presidente del Teatro Stabile di Torino: «Questo genere di regie lasciamolo a Checco Zalone». Mentre il senatore Mario Monti non si sbilancia e si trincera dietro un prudente: «Devo riflettere ». Entusiasta invece dell’esecuzione musicale «intima, intelligente, piena di sfumature crepuscolari» è Carlo Fontana, ex sovrintendente della Scala, ora presidente dell’Agis. Visto il coacervo di nevrosi in scena, alla fine urge l’intervento dello psicanalista. Vittorio Lingiardi, docente alla Sapienza di Roma, individua nel conflitto padre-figlio il nodo centrale della storia: «Germont incarna la crisi del patriarcato ottocentesco e anticipa quella dei padri del Novecento. Quanto ad Alfredo è giusto che stia in cucina, è un figlio debole che non può uscire dalla psicologia del tinello ».

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