«Conta» e rischio di scissione Berlusconi:mi riprendo tutto

Berlusconi-sorridente

ROMA—Un «atto ostile», lo giudicano molti fra gli alfaniani. Una «vittoria», la considerano i lealisti. Ma per Silvio Berlusconi, la convocazione del Consiglio nazionale del Pdl per sabato 16 è un’occasione per «chiarirci una volta per tutte». E, soprattutto, per riprendere totalmente nelle sue mani il suo partito—che si trasformerà in Forza Italia — prima dei due appuntamenti cruciali per la legislatura rappresentati dalla legge di Stabilità (al Senato in aula dal 18 novembre) e dal voto sulla decadenza (previsto per il 27). Tormentata, sofferta, foriera di grandi malumori anche se non ancora di rotture, la scelta di anticipare il Consiglio — in un primo momento fissato all’8 dicembre —, è arrivata abbastanza a sorpresa e di fatto apre la resa dei conti decisiva nel Pdl. Berlusconi infatti fino a martedì aveva assicurato ad Alfano che non avrebbe chiamato alla conta il partito fino a quando non si fosse trovato un accordo interno, per non spaccare la sua creatura «in un momento per me così delicato». Ma lo scontro ormai furioso tra le due anime, la riunione dei governativi di due sere fa — che pure lui sapeva sarebbe avvenuta ma della quale probabilmente a caldo non aveva percepito la portata — lo ha convinto a cambiare idea e ad accelerare i tempi del chiarimento interno. Alfano, i ministri, i 45 parlamentari che erano con lui nella notte hanno detto, e di fatto dimostrato anche riunendosi in corrente, che per loro tutto si può discutere,manon il sostegno al governo. E che, ad oggi, hanno i numeri necessari per far sopravvivere l’esecutivo anche da soli. «Io presidente, su questo, non posso indietreggiare », le parole che anche nell’incontro di Arcore il vicepremier ha ripetuto al Cavaliere. Mosse che hanno indignato i falchi, che dopo il furioso scontro di martedì che ha portato lo stesso Berlusconi a invocare (inutilmente) l’abbassamento dei toni e la fine delle risse, ieri hanno assediato il Cavaliere chiedendogli di rompere gli indugi, o sarebbe stata la fine. Verdini, Fitto, Bondi, Gasparri, Matteoli, a pranzo hanno battuto come fabbri su un discorso semplice che ha fatto breccia in un Berlusconi sempre più sicuro che la sua sorte sulla decadenza sia segnata e che ci siano poche possibilità che Alfano e i governativi si acconcino a seguirlo anche sulla scelta di rompere sul governo. «Tu presidente— il senso dei discorsi dei lealisti e di Fitto in particolare — devi prenderti il partito ora: i numeri li abbiamo in abbondanza, abbiamo oltre l’80% del Consiglio nazionale, non dare loro tempo per organizzarsi. E con il partito nelle tue mani, a quel punto potrai affrontare legge di Stabilità e decadenza da una posizione di forza, e decidere tu se rompere o trattare. Se aspetti, ti costringeranno a votare la finanziaria, poi ti cacceranno e alla fine potranno pure prendersi il partito». Ragionamenti che hanno convinto un Berlusconi amareggiato, deluso dalle resistenze dei governativi e dai «tradimenti » di tanti, ma che pure, fino all’ultimo, vuole tentare una mediazione per tenere il partito unito. Con Alfano i contatti continuano incessanti—anche ieri si sono sentiti prima dell’annuncio della decisione sul Consiglio —, e lo stesso vicepremier evita la polemica, facendo trapelare che in fondo non c’è niente di male nell’anticipo, ma bisognerà arrivare uniti all’appuntamento e questo succederà se «i contenuti politici del partito e della sua linea saranno chiari». Ma nel fronte delle colombe l’agitazione è tanta: si raccolgono firme su un documento in 8 punti che potrebbe essere presentato al Consiglio, se non ci sarà accordo o rottura prima, nel quale si riafferma la fedeltà a Berlusconi ma anche, ferrea, al governo. Ma l’idea di arrivare a una spaccatura, accarezzata dai duri del fronte governativo, non è ancora quella di Alfano, che come l’ex premier sta tentando di evitarla. Tanto che c’è chi prevede che le soluzioni sul tavolo, realistiche, siano solo due: o un accordo che tenga tutti uniti sia sulla struttura del partito che sull’atteggiamento del governo, o una separazione anche prima del Consiglio nazionale, che i governativi diserterebbero. Il problema è che ormai i rapporti nel Pdl appaiono deteriorati a tal punto che una cogestione del partito tra falchi e colombe sembra un’impresa titanica. E sullo sfondo, a rendere il tutto enormemente complicato, resta la vera volontà di Berlusconi. Che al di là degli sfoghi quotidiani sempre più duri, nessuno sa se davvero è pronto a rompere il patto di governo. Tanto più se l’obiettivo possibile fosse solo quello di passare all’opposizione, perché i governativi non sembrano dare segnali di cedimento, almeno finora. Ancora dieci giorni di passione, insomma, prima di sapere se la battaglia sarà quella finale che consegnerà al Paese due partiti di centrodestra, uno in maggioranza e uno all’opposizione, o se l’estrema mediazione di un Berlusconi all’ultima battaglia avrà la meglio.